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La Cina sta a guardare gli sviluppi libici. Almeno questa è l’impressione che Pechino sta cercando di far passare. Si tratta di un cambio di passo notevole rispetto a quanto accaduto nel 2011: allo scoppio della guerra civile libica, diverse compagnie cinesi furono infatti accusate di aver venduto grossi quantitativi di armi al raìs Muammar Gheddafi contravvenendo alle sanzioni delle Nazioni Unite. Inoltre, nove anni fa Pechino criticò le decisioni della Nato, prima la no-fly zone poi l’intervento per rovesciare il regime.

Ma come faceva notare alcuni mesi fa The Diplomat, “la politica ufficiale cinese di neutralità in Libia non va confusa per un completo disinteresse al conflitto”. E infatti Pechino ha importanti interessi commerciali che la spingono a mantenere in piedi l’esecutivo di Fayez Al Serraj. Con il governo di accordo nazionale la Cina ha stretto accordi importanti in diversi settori, a partire dall’intesa energetica di maggio 2018 tra PetroChina e la libica National Oil Corporation. Sulla scia di quell’accordo sono aumentati i contatti tra Tripoli e Pechino fino ad arrivare, nel luglio 2018, all’adesione del governo di Serraj alla Via della Seta. In più occasioni, compresa la Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio scorso, il premier tripolino ha invitato la Cina ad aumentare la sua presenza e i suoi investimenti in Libia, Paese centrale nelle dinamiche della Via della seta nel Mediterraneo. Serraj spera in Pechino come partner per la ricostruzione del Paese.
Intanto, però, la Cina cerca di evitare di apparire schiacciata sulle posizioni di Tripoli. Così, nel dialogo della comunità internazionale ha sempre sostenuto la necessità del cessate-il-fuoco e gli sforzi per i negoziati.

Ma in Libia si muove silenziosa. Lo fa sostenendo l’Unione africana (con cui i legami sono sempre più forti). Lo fa accusando il modello occidentale dalle pagine del Global Times indicandolo come la causa dell’offensiva lanciata dal generale Khalifa Haftar sulla capitale. E lo fa evitando commenti sul via libera del Parlamento turco all’invio di truppe a sostegno delle forze che difendono Tripoli.
Difficilmente Ankara invierà mai forze regolari sul campo, limitandosi a qualche consigliere militare. Ma il patto con Tripoli incuriosisce Pechino.

Basti pensare a quanto ripetuto spesso, anche ad Atreju 2018, da Steve Bannon, ex consigliere del presidente statunitense Donald Trump: la Via della Seta può spostare gli equilibri del mondo, dall’asse giudaico-cristiano guidato da Stati Uniti e Israele a quello delle “antiche civiltà guerriere” dell’Eurasia, cioè Cina, Iran e Turchia appunto. Gli Stati Uniti sembrano confidare nell’incapacità turca di gestire tre dossier assieme – Siria, Libia e Mediterraneo orientale. Ed è forse anche per questo che Trump, pur invitando l’omologo Recep Tayyip Erdogan a evitare inferenze straniere in Libia, non ha espresso una dura condanna del voto del Parlamento di Ankara. Ma l’asse Tripoli-Ankara-Pechino, come dicevamo, significa per la Cina rafforzare la Via della seta. Con conseguenze anche per l’Italia. Se Pechino dovesse mettere le mani su Tripoli potrebbe influenzare le decisioni della politica italiana, a iniziare dalle questioni energetiche.

Occhio alle ombre cinesi dietro le mosse turche in Libia

Di Gabriele Carrer

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