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Modello cinese? Modello italiano? Modello britannico? Modello sudcoreano? Il mondo si interroga su quale sia l’approccio migliore per affrontare la pandemia da coronavirus. Come ha spiegato l’Agi, “dai sistemi di tracciamento digitali dei coreani alla scelta di Boris Johnson di non voler fare nulla per contrastare la diffusione del virus, passando per le quarantene militarizzate dei cinesi e per quelle con le suonate dai balconi degli italiani, la reazione dei diversi Paesi al coronavirus sta mostrando una serie di approcci molto diversi tra loro che si possono spiegare anche considerando le diverse attitudini culturali e politiche dei paesi interessati”.

MODELLO WUHAN?

Sui media italiani sta trovando molto spazio il modello cinese, cioè quello adottato a Wuhan, epicentro della pandemia. Spesso l’approccio italiano viene paragonato a quello cinese. Ma è un paragone sbagliato: basti pensare al fatto che in Hubei le stazioni sono state chiuse senza preavviso, gli operai mandati a casa senza alcun tipo di dialogo con i sindacati, solo per fare due esempi.

COSA FA SEUL…

Il modello sudcoreano è ben diverso sia da quello cinese sia da quello italiano. Come spiega ancora l’Agi, “la patria dei telefonini Samsung non poteva non mettere in campo la sua tecnologia per far fronte a questa minaccia”. Con risultati incoraggianti senza adottare misure di contenimento. Al loro posto tracciamento e profilazione dei soggetti infetti. “E per farlo non hanno esitato ad utilizzare insieme a una campagna a tappeto di screening biologico (tamponi), proprio le tecnologie digitali”, illustra l’Agi. “La strategia coreana ha puntato essenzialmente su una campagna di identificazione di tutti i soggetti venuti in contatto con il virus e di contenimento selettivo delle persone invece che delle città come in Cina o in Italia”.

Anche Il manifesto si è interessato al modello sudcoreano e ieri scriveva: “Così vicini, così lontani”, con riferimento alla Cina. Italia e Corea del Sud sono Paesi molto simili: “Un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220mila chilometri quadrati, contro i 301.000 italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46”, si legge. C’è una differenza importante tra Italia e Corea del Sud, come sottolinea anche Il manifesto: il sistema sanitario nazionale. Differenza fotografate lucidamente da un’analisi di Matthew Tanous pubblicata dal Mises Institute. 

… RISPETTO ALL’ITALIA

Ma è “imbarazzante il paragone con l’Italia. 8mila casi contro 15mila, 71 morti contro oltre 1.000. Nel Paese asiatico meno posti in rianimazione e più tecnologia. Tamponi (a pagamento) senza scendere dall’auto. E per risalire ai contatti avuti da un paziente non si esita a utilizzare tracciati gps dei telefoni, dati sull’uso delle carte di credito e telecamere a circuito chiuso”. 

Del modello si è occupata anche La Stampa. Fabio Sabatini, professore di economia politica alla Sapienza, ha spiegato i tre pilastri dell’approccio sudcoreano. Primo: “La situazione è comunicata con grande trasparenza, l’enfasi sul social distancing è molto forte. I cittadini rispondono molto bene”. Secondo: “Il Korean Center for Disease Control, KCDC, ha organizzato un formidabile sistema di raccolta di informazioni geolocalizzate per il tracciamento dei contatti dei contagiati”. Terzo: “Test mirati, rapidi e precoci. Il KCDC è in grado di effettuare fino a 20.000 test rapidi al giorno”.

L’OPPORTUNITÀ SUDCOREANA

È troppo tardi, dice ora Sabatini, per implementare tracciamento e controllo precoce in Italia. La chiusura è necessaria. Ma, avverte, “c’è il rischio che, se non si tracciano i contagiati e la loro rete di contatti, al primo allentamento del lockdown l’epidemia riprenda a galoppare. Affiancare il sistema coreano al nostro lockdown aiuterebbe a conseguire risultati definitivi”. Possibile? Sempre La Stampa ha sentito Carlo Alberto Carnevale Maffè, della School of Management della Bocconi, secondo cui: “Senza cambiare i processi di testing e contact tracing a monte, imporre il lockdown al Paese è non solo inutile, ma anche dannoso per salute ed economia. Dobbiamo ricominciare da capo, e imparare da chi ha fatto meglio di noi”.

Altro che modello Wuhan. Ecco cosa può insegnarci la Corea del Sud

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