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La partecipazione di Viktor Orbán ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia a Roma, ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio le differenze ideologiche e quindi politiche tra un alfiere del sovranismo e le democrazie occidentali: quando il premier ungherese dice che nel suo Paese “i giornalisti non possono parlare il bla-bla europeo, non si possono dire cose ‘politically correct’ perché il giorno dopo la stampa cristiana direbbe che hanno detto fesserie”, propone un modello di società nel quale non c’è libertà di parola. È anche con leader come Orbán, però, che bisogna confrontarsi nell’Unione europea e se, sul fronte dell’immigrazione, l’Ungheria accetta solo il concetto di rimpatrio senza ricollocamento, si ha l’ennesima conferma di un dialogo tra sordi. Ha perfino spiegato che Giorgia Meloni in Ungheria sarebbe di centro mentre lui “è più a destra di lei”: chissà come l’ha presa una leader che pure proviene dal Msi.

In Italia, soprattutto con la nascita del primo governo Conte, si è discusso a lungo della posizione leghista vicina agli Stati del Patto di Visegrád, tra i quali l’Ungheria, e l’ipotesi di un’alleanza sovranista ha aleggiato a lungo prima delle recenti elezioni europee. È finita come sappiamo: i sovranisti non hanno sfondato e il duro Orbán si è guardato bene dall’uscire dal Ppe tanto da votare Ursula von der Leyen come presidente della Commissione. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sempre ad Atreju ha approfittato della successiva presenza del leader ungherese per attaccare di nuovo Matteo Salvini: la Lega “s’è trovata isolata” e l’Italia “raramente è stata sopportata, a partire dai migranti” dal quel gruppo di Paesi. Conte ha confermato la riluttanza del presidente francese, Emmanuel Macron, nell’accogliere anche i migranti economici, ma su questo “non darò tregua” e l’obiettivo del vertice dei ministri dell’Interno del 23 settembre resta quello di un meccanismo automatico europeo da applicare subito, considerando anche l’ipotesi di un diritto di veto dell’Italia.

Orbán nel dibattito ad Atreju ha ribadito che aiuterebbe l’Italia nella difesa dei confini e nei rimpatri dei migranti, ma non nell’accettarne una quota da ricollocare. Il “no” categorico conferma anche che l’obiettivo concreto resta una “coalizione di volenterosi” per la ricollocazione visto che sarà impossibile un accordo tra i 28 membri dell’Ue. Per Orbán l’obiettivo della sinistra europea è quello di favorire un aumento dei migranti per portare l’Europa a una fase “post cristiana” con i voti che ne deriverebbero mentre chi arriva, a suo giudizio, va a sostituire i bambini non nati. E’ certamente sulla linea di Salvini quando ha sostenuto che il Conte II “si è separato dal popolo” tanto che il neoministro degli Esteri, Luigi Di Maio, gli ha contestato il diritto di giudicare, soprattutto se si tratta di chi “fa il sovranista con i nostri confini”, che è un modo elegante di riciclare una battuta volgarotta, ma efficacissima, di Stefano Ricucci.

Orbán è stato la ciliegina sulla torta in giorni caldissimi per le politiche migratorie. Sbarchi in aumento dalla Tunisia, senza ruolo delle Ong, “cavalcati” da Salvini nella polemica; rilancio dello Ius culturae da parte del ministro della Famiglia, Elena Bonetti (Pd), che forse non è la migliore idea come tempismo; richiesta di archiviazione per l’accusa di sequestro di persona all’ex ministro dell’Interno in relazione al caso della Nave Gregoretti, richiesta inviata dalla procura di Catania al tribunale dei ministri della stessa città. Restano tanti capitoli da leggere: il vertice del 23 sarà il prossimo.

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