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Un’angoscia segreta tormenta l’America. Quella delle molte coincidenze fra i quotidiani “fuori giri ” di Trump ed uno dei momenti più delicati e drammatici della storia americana, le dimissioni del presidente Richard Nixon.

Dopo settimane di tensioni e timori di possibili colpi di testa per evitare l’impeachment da parte del Congresso, l’8 agosto del 1974 Nixon annunciò le dimissioni e il giorno dopo lasciò la Casa Bianca. Le lunghe notti dello scandalo Watergate furono terribilmente angoscianti, con il 37° presidente delirante isolato all’interno dello Studio Ovale e che prima di cedere alle pressioni minacciò sfracelli. In controluce, analogie e differenze si intravedono nei commenti della stampa americana secondo la quale una marcia indietro dopo l’altra non ha alleviato, anzi ha accentuato, la percezione del marasma esponenziale che sta provocando Trump.

La retromarcia su Minneapolis a una settimana dal barcollante indietreggiamento sulla Groenlandia offre l’impietosa conferma dello stato confusionale e quel che peggio irresponsabile, col quale il tycoon sta gestendo il suo secondo mandato presidenziale. Una percezione avvertita e sofferta dal deep state di Washington, rappresentato dall’intelligence community e dal multiforme complesso burocratico che sovrintende alla difesa e all’economia.

Un contesto strutturale istituzionale che avrebbe già previsto e predisposto i piani per l’eventuale nuova ennesima fuga in avanti di Trump: una serie di blitz militari in Iran con l’intento di disarticolare il regime degli ayatollah, fare dilagare definitivamente la protesta popolare che ha subito un massacro repressivo di circa 30 mila vittime e provocare un cambio di governo a Teheran.

Alzare continuamente il tiro con mosse e sfide disparate, dall’Ucraina a Gaza, dal Venezuela alla Groenlandia, dai dazi al fisco, è infatti la tattica ricorrente con la quale il 47° presidente degli Stati Uniti fa in modo da tenere lontana l’opinione pubblica americana e mondiale dalle gravi problematiche che lo assillano: il caso Epstein, le crescenti difficoltà economiche dei concittadini ed il conseguente crollo del consenso degli americani.

La delusione del Paese è talmente palpabile che per tentare di recuperare consensi, soprattutto in vista delle elezioni a novembre di metà mandato, Trump ha escogitato un’ondata di rimborsi fiscali stimata in 100 miliardi di dollari in più rispetto allo scorso anno. Il Wall Street Journal ha calcolato che il rimborso medio sarà di circa 1.000 dollari più alto rispetto al 2025, quando oltre il 60 per cento delle famiglie ricevette in media 3.167 dollari.

Mance che non fanno dimenticare che non c’è neanche l’ombra dell’età dell’oro promessa lo scorso anno al rientro alla Casa Bianca, tranne che la beffarda e ben poco augurante corsa del valore dell’oro che ha superato i 5 mila dollari l’oncia, seguito dall’argento a quota 107 dollari l’oncia. Una corsa ai beni di rifugio sintomo evidente, secondo gli economisti, della sfiducia dei mercati e che fa temere l’arrivo di una tempesta finanziaria e di una recessione globale determinata dalle tensioni geopolitiche.

Non sempre le fughe in avanti e le mosse azzardate all’estero di Trump coprono le notizie degli sconquassi che sta provocando a casa sua.

Paradossalmente mentre pensa a un intervento militare in Iran a difesa delle proteste popolari contro gli ayatollah, per le strade e nelle piazze di Minneapolis e di molte città degli Stati Uniti, il tycoon è aspramente contestato per i ricorrenti assassini di inermi cittadini da parte degli agenti dell’anti immigrazione. Una vera e propria milizia che, pur con tutte le distinzioni ed enormi differenze, ricorda gli spietati guardiani della rivoluzione iraniana.

“L’ingiusta uccisione di Alex Pretti a Minneapolis segna una svolta nel secondo mandato di Trump. Il Congresso può intervenire per impedire al presidente di esagerare”, titola il Washington Post che nell’editoriale scrive: “Gli eccessi dell’ultimo anno potrebbero compromettere la sua presidenza e portare a ulteriori tragedie. Se Trump non cambierà rotta da solo, i repubblicani al Congresso riusciranno a salvarlo da se stesso?”.

Un malessere profondo e una vera e propria crisi di coscienza quella del partito del presidente, evidenziata dal clamoroso ritiro dalla corsa per l’elezione del governatore del Minnesota del candidato repubblicano Chris Madel, che ha dichiarato: “Non ho alcuna intenzione di farmi massacrare nelle urne”. Il drammatico mal di Trump dell’America ha fatto esplicitamente evocare dal New York Times il cruciale momento delle dimissioni del presidente Nixon.

“Nei giorni e nelle settimane precedenti alle sue dimissioni da presidente, Richard Nixon perse la testa. Non dormiva. Beveva. Agiva in modo irrazionale. Vagava per i corridoi della Casa Bianca, parlando con le foto degli ex presidenti”, scrive l’editorialista del Nyt Jamelle Bouie.

Secondo quanto riportato all’epoca dallo stesso New York Times, l’allora segretario alla Difesa, James Schlesinger, e i vertici delle forze armate mantennero un controllo insolitamente stretto sulle linee di comando negli ultimi giorni dell’amministrazione Nixon, per garantire che la Casa Bianca non impartisse ordini non autorizzati alle unità militari.

Il punto è, denuncia il Nyt, che “Nixon è sprofondato in una spirale di mania autodistruttiva alla fine del suo mandato. Il presidente Trump ha raggiunto lo stesso livello a tre anni dalla fine”. Un chiaro riferimento a un difficilissimo impeachment del tycoon che potrebbe determinare ulteriori incontrollabili tensioni per le istituzioni degli Stati Uniti.

Un’America che ormai vive con l’angoscia di Trump e che ha urgente necessità di rivivere lo spirito e l’essenza democratica della sua Costituzione.

L’incubo di Washington, tutte le coincidenze tra Trump e Nixon

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