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Il breve viaggio del papa negli Emirati arabi uniti si è concluso con la messa celebrata all’aperto presso lo Zayed Sports Center di Abu Dhabi. È una prima volta storica: mai un vescovo di Roma aveva potuto celebrare in un paese musulmano del Golfo, per di più all’aperto. È il segno che qualcosa è cambiato e che finalmente la strada del dialogo fraterno tra le fedi è iniziato in maniera concreta? Solo il tempo potrà dirlo, anche perché l’accoglienza calorosa di Francesco negli Emirati arabi non è certo un colpo di scena a sorpresa. Il dialogo tra la Santa Sede e il paese del Golfo va avanti da decenni, le basi erano state gettate durante il pontificato di Giovanni Paolo II. In secondo luogo, il Paese rappresenta a suo modo un’eccezione, considerato che vige il permesso ai cristiani di professare pubblicamente la propria fede. Unica condizione: non facciano proselitismo e le chiese non mostrino croci e altri simboli identificativi. Vietati anche i campanili. D’altronde, come sottolineato più volte da mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, i cristiani sono tollerati sì, ma restano pur sempre cittadini di serie B.

Comunque, il bicchiere è da vedere mezzo pieno. Abu Dhabi non è Doha né Riad, dove le cose stanno in maniera ben diversa. Non a caso – e lo fa notare Andrea Riccardi oggi sul Corriere – qualcuno aveva fatto notare che forse sarebbe stato opportuno cercare di inserire anche una tappa in Qatar o in Oman. Il momento sicuramente centrale del viaggio è stata la visita del Pontefice al Founder’s Memorial, con l’atteso discorso che ha affrontato molti temi, tra i quali la pace, la libertà religiosa, il ruolo della donna. Per poi concludersi con un appello contro le guerre e lo spargimento “di sangue innocente”.

Di rilievo quanto Francesco ha detto a proposito della libertà religiosa: “Se crediamo nell’esistenza della famiglia umana, ne consegue che essa, in quanto tale, va custodita. Come in ogni famiglia, ciò avviene anzitutto mediante un dialogo quotidiano ed effettivo. Esso presuppone la propria identità, cui non bisogna abdicare per compiacere l’altro. Ma al tempo stesso domanda il coraggio dell’alterità, che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà, e il conseguente impegno a spendermi perché i suoi diritti fondamentali siano affermati sempre, ovunque e da chiunque. Perché senza libertà non si è più figli della famiglia umana, ma schiavi. Tra le libertà vorrei sottolineare quella religiosa. Essa non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo”. È un riconoscimento importante, perché un conto è la libertà di culto – ammessa e tutelata – ben altra cosa è la libertà religiosa, ancora una chimera a quelle latitudini.

Al termine, il papa e il grande imam di al Azhar, Ahemd el Tayyeb, hanno firmato il Documento “sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”. Impegni seri e ambiziosi, tant’è che il direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha osservato che il testo “rappresenta un passo di grande importanza nel dialogo tra cristiani e musulmani e un potente segno di pace e di speranza per il futuro dell’umanità. Il Documento è un vibrante appello a rispondere con il bene al male, a rafforzare il dialogo interreligioso e a promuovere il rispetto reciproco per sbarrare la strada a quanti soffiano sul fuoco dello scontro di civiltà. Ad Abu Dhabi, Francesco e al Tayyeb hanno indicato insieme una via di pace e riconciliazione su cui possono camminare tutti gli uomini di buona volontà, non solo cristiani e musulmani”. E poi, si tratta di un testo “coraggioso e profetico perché affronta, chiamandoli per nome, i temi più urgenti del nostro tempo sui quali chi crede in Dio è esortato ad interrogare la propria coscienza e ad assumere con fiducia e decisione la propria responsabilità per dare vita ad un mondo più giusto e solidale”.

L’ultima tappa del viaggio è stata la messa per la numerosa comunità locale, formata in gran parte da immigrati, per lo più indiani e pachistani. “Sono venuto anche a dirvi grazie per come vivete il Vangelo che abbiamo ascoltato. Si dice che tra il Vangelo scritto e quello vissuto ci sia la stessa differenza che esiste tra la musica scritta e quella suonata. Voi qui conoscete la melodia del Vangelo e vivete l’entusiasmo del suo ritmo. Siete un coro che comprende una varietà di nazioni, lingue e riti; una diversità che lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armonizzare, per farne una sinfonia. Questa gioiosa polifonia della fede è una testimonianza che date a tutti e che edifica la Chiesa”.

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