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Va bene, ci sarà stata una distensione sui titoli di Stato, con lo spread che in questi giorni viaggia sui livelli di settembre. Il punto è però un altro. A preoccupare è sempre più l’evoluzione dell’economia reale. Lo certifica anche l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, che sintetizza tutti i timori in un dato: il Pil quest’anno è visto in crescita dello 0,6 per cento, “0,4 punti in meno rispetto a quanto valutato in precedenza”.

Si scende ancora rispetto all’1% che rappresenta l’ultima indicazione ufficiale del governo, per altro già rivista dal +1,5% inizialmente stimato, poi corretto nel corso della trattativa con la Ue che ha portato alla revisione dei saldi della manovra per evitare la procedura d’infrazione. Ma soprattutto “in Italia, dopo che la crescita si era interrotta nel terzo trimestre, gli indicatori congiunturali disponibili suggeriscono che l’attività potrebbe essere ancora diminuita nel quarto”. Previsione che se confermata confermerebbe la recessione tecnica del Paese. Insomma, si va sempre più giù. Ma perché?

Secondo via Nazionale, il taglio è imputabile a una serie di cause. “Dati più sfavorevoli sull’attività economica osservati nell’ultima parte del 2018, che hanno ridotto la crescita già acquisita per la media di quest’anno di 0,2 punti”. Ancora, “il ridimensionamento dei piani di investimento delle imprese che risulta dagli ultimi sondaggi, le prospettive di rallentamento del commercio mondiale”. Il Pil a doppia cifra rimarrà dunque un miraggio, anche per quest’anno.

Ma non è tutto da buttare a mare. Nel bollettino, per esempio, gli esperti di via Nazionale rivelano l’effetto “moderatamente positivo sulla crescita dell’accordo raggiunto dal governo con la commissione europea a dicembre: l’impatto favorevole della diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine compensa ampiamente quello degli interventi correttivi apportati alla manovra”. Nel lungo termine, le proiezioni centrali della crescita nel 2020 e nel 2021 sono dello 0,9 e dell’1 per cento, sottolinea ancora la Banca d’Italia, la quale prevede inoltre che “l’inflazione aumenterebbe gradualmente, dall’1 per cento quest’anno all’1,5 nella media del biennio successivo, a seguito dell’incremento delle retribuzioni private e del graduale allineamento delle aspettative di inflazione”.

Tuttavia via Nazionale mette in luce gli sviluppi favorevoli sul mercato dei titoli di Stato: “I premi per il rischio sui titoli sovrani sono scesi, per effetto dell’accordo tra il governo italiano e la Commissione europea sui programmi di bilancio; il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e di quelli tedeschi a metà gennaio era di circa 260 punti base, 65 in meno rispetto ai massimi di novembre” ma “le condizioni complessive dei mercati finanziari restano tuttavia più tese di quelle osservate prima dell’estate”. Meno male.

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