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Quando, un mese fa, mi sono trasferita a Londra con la forma mentis della persona che qui sarebbe rimasta a vivere per diverso tempo, pur sforzandomi, non ho visto alcuna traccia dei gut feelings che hanno portato alla vittoria del Leave al Referendum sulla Brexit di due anni e mezzo fa. Londra è una babele di lingue, volti, odori, religioni. Londra rappresenta ancora un posto di speranze e di realizzazione, dove le persone arrivano da tutti i continenti con la consapevolezza che con duro lavoro e forza di volontà esiste davvero una chance di trovare il proprio posto nella società. Londra esplode di energia e quando la City inizia a illuminarsi all’imbrunire, è una vittoria dell’umanità contro le tenebre. Per giorni non sono riuscita a fare a meno di pensare: ma davvero avete voluto correre il rischio di rinunciare a tutta questa ricchezza?

È vero che Londra (e tantomeno la City) non è, né può rappresentare, la Gran Bretagna nella sua interezza. E d’altra parte la concentrazione dei voti pro Remain nella capitale rispetto al resto del Paese è il riflesso di quella divisione sociale e culturale i cui effetti deflagrano in giro per il mondo a vantaggio di proposte populiste, semplicistiche e spesso violente.

Ma allo stesso tempo è innegabile che qualcosa sia cambiato nel corso dei due anni e mezzo trascorsi tra il voto del Referendum e oggi, in cui l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, avvicinandosi la scadenza del 29 marzo 2019, sta diventando reale.

In altri termini, se – al netto di tutti i limiti della democrazia rappresentativa – il voto del Parlamento è ancora espressione della volontà degli elettori, ebbene gli elettori inglesi di questa Brexit, evidentemente, non sono più tanto convinti. Ed infatti nella serata di ieri, sotto gli occhi di un paese attonito e di una City stranamente silenziosa, l’accordo di uscita dall’Europa negoziato da Theresa May non ha superato il vaglio parlamentare.

Ciò che maggiormente stupisce, peraltro, sono i numeri della sconfitta: se nei giorni che hanno preceduto il voto si discuteva di quanto grave sarebbe stato se il governo fosse andato sotto di un centinaio di voti, e se questo avrebbe poi obbligato Theresa May a dimettersi, la realtà ha superato ogni più pessimistica previsione. Il governo ha infatti portato a casa quella che sembrerebbe essere la più significativa sconfitta nella storia parlamentare inglese, perdendo per duecentotrenta voti. Forte e chiaro: l’Inghilterra non può sottoscrivere l’accordo di uscita negoziato con l’Unione Europea.

Dunque, di fronte a questo scenario delirante… What’s next?

Sul fronte interno: Theresa May verrà sottoposta a un voto di sfiducia, dal quale non è detto che esca sconfitta, atteso che il Conservative Party è generalmente contrario a votare a favore della propria uscita dal governo, ma che aprirà quantomeno la strada ad altri membri del partito che reclamino di sostituire la May nella carica di Pm. Nel caso la mozione di sfiducia passi, invece, la via sostanzialmente obbligata è quella delle general elections. Il tutto, mentre l’orologio Brexit continua il suo inesorabile ticchettio verso le 11.00 del 29 marzo 2019.

Sul fronte dei rapporti tra Uk ed Europa – quest’ultima immobile come un sasso a osservare il caos tra i confini inglesi: guardate, guardate tutti, questo è quello che succede a chi tenta la via d’uscita – le possibilità sembrano essere sostanzialmente tre.
Provo a riassumere.

La prima, è la hard Brexit, l’uscita cioè della Gran Bretagna senza un accordo con l’Unione Europea. Vale a dire, dalle 11 e 01 del 29 febbraio 2019, la Uk potrebbe trovarsi rispetto all’Europa nella posizione di un qualsiasi Paese extraeuropeo, i cui rapporti con l’Ue verrebbero coperti solo dall’ombrello della Wto (World Trade Organization).

La seconda. Un nuovo referendum organizzato in fretta e furia, come un matrimonio riparatore, e in caso di vittoria del Remain, revoca della notifica di uscita inviata all’Unione Europea – possibilità riconosciuta dalla stessa Corte di Giustizia con la decisione sul Wightman Case.

Infine, un’estensione del termine di due anni previsto dall’articolo 50 Tue per negoziare l’accordo di uscita, la cui concessione è tuttavia soggetta al voto unanime degli Stati Membri.

La confusione sotto questo cielo, mentre scrivo, è tale che ad ora tutto sembra possibile. A voler pensare in termini ottimistici, però, le prossime potrebbero essere le ore della resilienza, vale a dire il momento in cui la più grande ferita finora registrata al nostro grande e bellissimo sogno Europeo (“l’unica utopia realizzabile” per usare le parole di Javier Cercas) si trasformi in un’occasione per l’Unione di mostrare un’altra faccia, che tutti stiamo aspettando: la faccia pacificatrice, solidale, inclusiva. Quella della grande Madre che, constatato che la lezione è stata imparata, concede ancora un’ultima possibilità.

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Brexit, what’s next? Tre possibilità e una speranza per il sogno Europeo

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