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Il governo ha annunciato che non sarà a Marrakech, il 10-11 dicembre, per sottoscrivere il controverso Global Compact sulle migrazioni. Una presa di posizione che ha un po’ sorpreso se si pensa che solo il 26 settembre il premier Conte annunciava davanti all’Assemblea Generale dell’Onu che l’Italia vi avrebbe aderito. Pochi giorni prima, sempre a New York, il sottosegretario M5S Manlio Di Stefano anticipava ai rappresentanti degli altri Paesi la firma del “gemello” (e meno controverso) Global Compact sui rifugiati. Passano due mesi e il 21 novembre il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento descrive un “orientamento favorevole” del governo al Global Compact. Meno d’una settimana dopo è arrivato lo stop di Matteo Salvini, confermato anche da Conte e Moavero. Cosa è accaduto negli ultimi 60 giorni che ha convinto il governo a cambiare opinione sul tema?

Quando Conte s’impegna a far aderire l’Italia al Global Compact già diversi Paesi si sono sfilati: gli Usa di Trump, l’Australia della “No Way policy”, l’Ungheria di Orban e altri ancora. Il 31 ottobre anche l’Austria di Sebastian Kurz annuncia la non adesione. Seguiranno ulteriori ritiri, tra cui quelli di Svizzera e Israele. In molti nel mondo cominciano a chiedersi cosa farà l’Italia “sovranista”.

Qualcosa comincia a muoversi. Nella delegazione parlamentare che ha assistito all’Assemblea generale di fine settembre c’erano anche due leghisti: il senatore Toni Iwobi (leggi qui l’intervista di Formiche.net), responsabile immigrazione del partito, e Paolo Formentini, capogruppo in Commissione Esteri. I due cominciano a soppesare attentamente i pro e i contro del Global Compact. E alle loro valutazioni si aggiungono dalla Farnesina quelle del sottosegretario leghista, Guglielmo Picchi, che si è fatto un’idea chiara sulla criticità del Global Compact per la prospettiva del partito.

Il 6 novembre viene pubblicato un report, fortemente critico verso il Global Compact, da parte del Centro Studi Machiavelli, think tank d’area Lega collegato allo stesso Picchi. Una settimana dopo il report è presentato a Montecitorio: non c’è Picchi, ma intervengono (oltre all’autore Carlo Sacino) due persone molto vicine al sottosegretario, come il senatore leghista Manuel Vescovi e un rappresentante del Centro Studi, Daniele Scalea. I toni da parte dell’esponente leghista sono cauti, ma alcuni testate all’indomani descrivono l’evento come una presa di posizione della Lega contro il Global Compact. E quindi anche contro l’adesione annunciata da Conte.

In quei giorni i leghisti che hanno studiato il dossier lo portano all’attenzione di Matteo Salvini. Al leader leghista il Global Compact non piace, vorrebbe essere cauto ma i tempi stringono, l’appuntamento a Marrakech s’avvicina e Fratelli d’Italia comincia a pressare “da destra” la Lega: davvero firmerà il Global Compact? Il 18 novembre Giorgia Meloni lancia una campagna social cui seguono diversi interventi parlamentari.

È il 22 novembre quando Salvini affida la sua prima presa di posizione pubblica a una risposta nei commenti di un post Instagram. Alla richiesta di un utente su cosa pensi del Global Compact, il vice-premier risponde: “Contrario, non abbiamo bisogno di un accordo che aprirebbe le porte ad altre migliaia di immigrati in Italia”. Un pronunciamento semi-nascosto per non urtare Conte, con cui le trattative sono ancora in corso, passato inosservato a molti ma che dà il là agli esponenti leghisti che attendevano solo di potersi esprimere: il sottosegretario Picchi avvia una serie di tweet contrari al Global Compact. Il 26 novembre il deputato Formentini deposita una risoluzione in Commissione Esteri. Il 27 è Salvini a pronunciarsi in conferenza stampa. Il giorno successivo in Parlamento annuncia che a Marrakech l’Italia non ci sarà. La trattativa con Conte può dirsi conclusa.

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