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La Cina ha deciso di sospendere le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo americane avviate un paio di mesi fa: la decisione revoca la richiesta agli importatori di versare depositi a copertura dei possibili rialzi dei dazi, ma, al di là del lato tecnico, è un generale segnale di distensione verso gli Stati Uniti.

L’inchiesta sull’eventuale scorrettezza dei sussidi ricevuti dai produttori da parte del governo americano – con cui tener bassi i prezzi delle esportazioni – era stata avviata dalle autorità cinesi nell’ambito delle rappresaglie per la decisione americana di alzare le tariffe commerciali di dozzine di prodotti Made in China.

Da giovedì, a Washington, si stanno svolgendo dei colloqui diretti tra la delegazione cinese, guidata da Liu He – vice premier con in mano il dossier economico-commerciale cinese, che ieri ha incontrato personalmente il presidente Donald Trump – e la controparte ospitante americane, con a capo Steven Mnuchin, segretario al Tesoro.

Tra i segnali distensivi pratici, anche l’assenza del più anti-cinese del team economico dell’amministrazione americana, Peter Navarro, economista a capo del National Trade Council, sgradito alla Cina per le sue visioni troppo aggressive contro Pechino. Navarro era stato annunciato fuori dal gruppo di lavoro, poi ufficiosamente reinserito, ma effettivamente assente agli incontri di ieri (ha partecipato a una cena giovedì sera, e ad alcuni meeting laterali); la sua esclusione è anche frutto di uno scontro di vedute profondo con Mnuchin.

Secondo le informazioni del New York Times e Reuters – smentite da Pechino – la delegazione cinese potrebbe proporre direttamente contratti di acquisto di beni americani (soia, gas naturale, semiconduttori, eccetera) ed eliminazioni di tarrife commerciali già esistenti dal valore complessivo di circa duecento miliardi di dollari. Un numero che permetterebbe a Trump di dichiarare vittoria, sottolineando che con le sue pressioni è stato ridotto di due terzi lo sbilancio commerciale di cui gli Stati Uniti soffrono con la Cina.

Questa sarebbe una soluzione non profonda, “non si tratta di economia, si tratta di politica e geopolitica”, ha spiegato alla CNBC Pushan Dutt, professore di economia e scienze politiche presso la Insead, business school di Singapore. Per tale ragione è molto criticata dai falchi dell’amministrazione (come Navarro), i quali credono che non si può perdere l’occasione per pressare fortemente i cinesi e indurli a cambiare i metodi con cui portano avanti la loro economia, intendendo gli aiuti statali, concorrenza sleale, spionaggio informatico, furti di proprietà intellettuale.

La rinuncia a sanzionare Pechino per i furti di proprietà intellettuale potrebbe essere esplicitamente inclusa nell’accordo commerciale, che tuttavia avrebbe enormi difficoltà di realizzazione, legate alla capacità produttiva americana e al volume d’assorbimento cinese.

(Foto: Twitter, @realDonaldTrump, Donald Trump e Liu He)

 

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