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Nel Nord Europa le difficoltà tassonomiche o concettuali riguardanti le operazioni di influenza, di FiMI o di manipolazione delle percezioni sono da tempo state sciolte. Non si parla più di disinformazione, misinformazione o di alfabetizzazione digitale come capitolo accessorio dell’innovazione. Si parla di sicurezza, informativa, cognitiva, nazionale. E si agisce di conseguenza.

Lo mostra un rapporto pubblicato dal Nato Strategic Communications Centre of Excellence di Riga, che analizza come i Paesi nordici e baltici, il formato NB8, stiano contrastando le operazioni di influenza informativa condotte da attori statali ostili, interiorizzando la natura del conflitto in cui si trovano obbligate a muoversi.

Il quadro

Per Danimarca, Estonia, Finlandia o Svezia le Information Influence Operations non sono un mistero. La loro natura è quella di strumenti deliberati, coordinati, pensati per erodere la fiducia, polarizzare la società, indebolire la coesione interna e quasi sempre per rendere più fragile il sistema che quel voto rende possibile.

Da questa analisi una scelta di fondo che distingue il Nord dal resto d’Europa: la disinformazione non è un problema comunicativo o informativo tout court, ma un vettore di pressione strategica. Al pari del cyber, delle interferenze economiche, delle azioni sottosoglia che precedono o accompagnano una crisi più ampia.

La risposta

Il pilastro della risposta non è la censura, né la reazione isterica, ma la resilienza. Una parola spesso abusata altrove, ma sorprendentemente concreta in questi Paesi. Resilienza significa investire in educazione civica e media literacy, costruire istituzioni credibili, amministrazioni preparate, catene decisionali chiare e più snelle e veloci. Significa accettare che una società informata sia meno manovrabile.

Infatti, nel Baltico e in Scandinavia intelligence e forze armate comunicano apertamente con l’opinione pubblica. Rapporti periodici, briefing regolari, attribuzioni esplicite delle campagne ostili. Una risposta che si basa sulla convinzione che la trasparenza non indebolisca, bensì rafforzi, producendo consapevolezza, generando anticorpi e costruendo deterrenza.

Le mosse

La risposta diretta alle operazioni di influenza è spesso evitata, per non amplificarne gli effetti. Il debunking è affidato in larga parte a media e società civile, mentre lo Stato interviene solo quando l’impatto diventa sistemico. Una scelta di misura, non di passività, che intende evitare linee interventiste e spesso controproducenti, in favore di approcci collettivi e misurati, ma ugualmente efficaci.

Negli ultimi anni anche il quadro normativo si è irrobustito. Diversi Paesi dell’Nb8 hanno rafforzato strumenti legali contro media controllati da governi ostili, aggiornando i codici penali e ampliando i poteri delle autorità di regolazione.

La difficoltà e la complessità del tema sono dovute all’esposizione costitutiva delle democrazie liberali alle ingerenze cognitive, informative e percettive ostili. Qui la libertà di espressione è un valore da difendere, ma può diventare cavallo di Troia e strumento per la sua stessa demolizione.

La risposta a questo tipo di minacce richiede un necessario atto di analisi, di sintesi e di equilibrio tra ciò che occorre contrastare e ciò che bisogna proteggere. Spesso non è la scelta della miglior condizione, ma è quella del male minore, che possa tutelare il proprio ordinamento democratico, la popolazione e, al tempo stesso, lavorare per rendere le minacce – in questo caso asimmetriche – inefficaci.

Centrale, infine, la dimensione fisica e geografica. Le operazioni ostili, le minacce ibride o asimmetriche non rispettano confini, lingue e calendari. Per questo nordici e baltici condividono analisi, coordinano risposte, sperimentano esercitazioni comuni. Con una certa diffidenza verso l’ipertrofia dei formati multilaterali, dove troppe piattaforme rischiano di produrre più burocrazia vulnerabile che sicurezza agile.

L’esempio

Nel complesso, l’esperienza dei Paesi nordici e baltici mostra come il contrasto alle operazioni di influenza informativa sia ormai una componente integrata strutturalmente nelle politiche di sicurezza, più che una risposta emergenziale. La scelta di investire sulla resilienza sociale, affiancandola a strumenti normativi e a un coordinamento interistituzionale stabile, riflette poi una lettura matura della natura di queste minacce.

Il caso dell’Nb8 suggerisce che l’efficacia delle contromisure non dipenda tanto dalla reazione immediata alle singole campagne, quanto dalla capacità di ridurre nel tempo la vulnerabilità complessiva del sistema politico e informativo. È in questo senso che elementi quali la trasparenza istituzionale, la fiducia pubblica e la cooperazione regionale emergono come fattori abilitanti, più che come semplici opzioni di policy, offrendo indicazioni utili anche oltre l’area nordico-baltica.

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