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Nel fondo del Mediterraneo la presenza di 850 infrastrutture critiche sostiene il flusso di energia, dati e merci che alimenta l’economia europea. In tutto 65 dorsali di telecomunicazione, 260 cavi primari. 47 cavi militari, 7 interconnessioni elettriche, 9 gasdotti, 5 oleodotti e 450 porti. Si tratta di numeri imponenti, destinati a crescere nei prossimi anni.

La Commissione europea prevede, infatti, 235 nuovi progetti transfrontalieri nel Mediterraneo, di cui 85 dedicati a elettricità, offshore e reti intelligenti. Attualmente, 7 interconnessioni elettriche toccano il Mediterraneo e altrettante sono in costruzione. La capacità aggiuntiva prevista è di circa 15 Gigawatt, rispetto ai 30 attuali. L’area è la seconda al mondo per sviluppo e la terza per investimenti dopo Nord Europa e Usa. Gli investimenti in infrastrutture sottomarine di telecomunicazione passeranno da 2,5 miliardi (2020-2023) a 4,5 miliardi (2027-2030).

Si tratta di una crescita esponenziale, che, però, oltre a soffrire gli effetti delle incertezze geopolitiche sconta anche le conseguenze della frammentazione normativa e istituzionale, a livello nazionale ed europeo. La distribuzione di competenze tra enti diversi rischia, infatti, di non risultare funzionale alla celere realizzazione di infrastrutture strategiche per l’approvvigionamento energetico e di dati e per la sicurezza nazionale.

I cavi sottomarini per l’energia e i dati sono infrastrutture critiche. La loro protezione richiede coordinamento tra attori civili e militari, tra istituzioni nazionali e alleanze internazionali. I cavi “dual use” – condivisi tra operatori civili e militari – richiedono una governance che bilanci trasparenza e riservatezza. Questa frammentazione riflette un’evoluzione storica dell’amministrazione pubblica, che ha sviluppato istituzioni specializzate nella gestione di specifiche materie non sempre strutturate per rispondere a sfide di natura trasversale.

La risorsa marina, tuttavia, è per sua natura multidimensionale, abbracciando aspetti di natura energetica, militare, commerciale, ambientale e culturale. Il mare ha, allora, bisogno di un nuovo modello di governance unitaria, non solo a livello nazionale ma anche europeo. Un coordinamento interistituzionale che accentri in soggetti ad hoc competenze diversificate, in grado di proteggere e valorizzare la funzione strategica della risorsa marina. Il legislatore ha iniziato a muoversi nella giusta direzione. La legge n. 9/2026 sulla dimensione subacquea ha istituito, infatti, l’Agenzia per la Sicurezza delle Attività Subacquee (Asas): un soggetto dedicato capace di portare ordine, competenze specifiche e capacità operativa dove prima c’era frammentazione.

Nello specifico, l’Asas assume la forma di ente pubblico dotato di personalità giuridica, autonomia regolamentare, amministrativa e contabile. È incardinata presso la presidenza del Consiglio dei ministri e opera come struttura tecnica di supporto al decisore politico, allo scopo di fungere da raccordo tra le diverse amministrazioni competenti nella gestione della dimensione subacquea. Anche per questo motivo l’agenzia si discosta dal paradigma delle autorità amministrative indipendenti, presentando, piuttosto, i caratteri tipici delle c.d. amministrazioni per missione.

L’agenzia è anzitutto incaricata del coordinamento interistituzionale, anche con soggetti sovranazionali, competenti in materia subacquea. Deve, poi, garantire la riduzione delle interferenze tra attività operative civili e militari ed è competente a rilasciare autorizzazioni al compimento di attività di navigazione sottomarina. È tenuta, anche a tal fine, a stabilire, con appositi atti di regolazione tecnica, i requisiti dei mezzi subacquei e le qualifiche professionali dei soggetti abilitati a condurli.

La legge n. 70/2026 sulla valorizzazione della risorsa mare va nella stessa direzione così come il Piano del mare 2026-2028, che ha individuato priorità economiche, normative e sociali. Con queste premesse, il mare, da risorsa da governare, può diventare un laboratorio di innovazione normativa, al pari dello spazio. Luoghi di frontiera, lo spazio e il mare, che – nella loro diversità – esigono regole, meccanismi e soluzioni comuni.

Dimensioni diverse che, però, si avvicinano: coordinamento tra attori civili e militari, protezione delle infrastrutture critiche e tutela dell’innovazione, bilanciamento tra trasparenza e riservatezza. Questioni che si pongono tanto rispetto al mare quanto rispetto allo spazio, a dimostrazione della somiglianza che ambienti così diversi presentano.

Il legislatore (europeo e nazionale) ha in questo modo preso coscienza del fatto che per guidare cambiamenti così complessi c’è bisogno di una governance solida, in grado di gestire ingenti risorse, assicurando la cura dell’interesse pubblico. In questo contesto, gli operatori economici sono chiamati a mettere a disposizione dell’amministrazione tutto il loro valore aggiunto creando forme virtuose di cooperazione istituzionale. La partnership pubblico-privato può rivelarsi lo strumento per raggiungere obiettivi attualmente nemmeno immaginabili. Il mare, risorsa strategica. Luogo di frontiera che ci chiama a grandi sfide, dal punto di vista normativo, istituzionale, imprenditoriale e professionale.

Il mare come risorsa strategica. La riflessione di Bello

Di Francesco Paolo Bello

Il mare da risorsa da governare, può diventare un laboratorio di innovazione normativa, al pari dello spazio. Luoghi di frontiera, lo spazio e il mare, che – nella loro diversità – esigono regole, meccanismi e soluzioni comuni. La riflessione di Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal

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