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Il segretario che guida il Foreign Office inglese, Boris Johnson, ha definitivo “divisivo” il progetto Nord Stream 2, ossia il raddoppiamento dei flussi che portano il gas naturale russo in Europa sfruttando la rotta nord, che passa per il Baltico e scende in Germania: “L’unità euro-atlantica rimane il nostro strumento più forte per resistere alle maligne attività russe”.

Johnson segue in modalità light una posizione già aggressivamente espressa dagli Stati Uniti: il dipartimento di Stato americano infatti è da tempo che considera l’opera un pericoloso ingresso con cui Mosca può penetrare strategicamente in Europa, tanto che ha minacciato di sanzionare le aziende europee impegnate nell’appalto. Di più: la scorsa settimana, Sandra Oudkirk, vice segretario di Stato per la diplomazia energetica, ha detto che gli Stati Uniti temono che il gasdotto consentirebbe a Mosca di collocare nuove tecnologie di ascolto e monitoraggio nel Mar Baltico.

Ancora: era stato addirittura lo stesso presidente Donald Trump, durante una conversazione alla Casa Bianca con la cancelliera, Angela Merkel, a offrire a Berlino la possibilità di cambiare i propri approvvigionamenti energetici uscendo dal progetto russo e acquistando gas di scisto in formato Gnl (gas naturale liquefatto) esportato dagli americani.

Un’offerta, ma forse sarebbe meglio definirla una pressante richiesta, che metteva insieme sia le volontà America First trumpiane, sia la reciproca cooperazione che Washington richiede ai propri amici e alleati, sia la necessità di contrastare i meccanismi con cui la Russia potrebbe cercare di giocare influenza all’interno dell’Unione europea. (Tagliata con l’accetta la logica di Trump dice: se noi siamo alleati, e io sono contro la Russia e pure tu Germania dici di esserlo, perché allora chiudi con Mosca un accordo dal grosso peso geostrategico? Se è per una richiesta materiale, il gas, allora posso sopperire io America alle tue mancanze: altrimenti non sei onesto e il nostro rapporto è sbilanciato).

E il collegamento del vincolo fisico che un’opera come un gasdotto rappresenta, potrebbe – almeno secondo americani e adesso inglesi – rappresentare un legame troppo stretto tra Russia e Berlino. Inoltre, sull’infrastruttura pesa anche un altro dossier: quello ucraino. Non a caso ieri il presidente Petro Poroshenko ha chiesto a Merkel di ripensare la partnership tedesca al gasdotto russo, perché sarebbe una via con cui Mosca taglierebbe fuori Kiev dai flussi verso l’Europa.

Questo potrebbe significare che l’Ucraina perderebbe i proventi per i diritti di transito (necessari per le casse statali tanto da valere il 2 per cento del Pil) e soprattutto il peso geopolitico collegato – col rischio che la Russia spinga il precipitare degli eventi dal Donbass, non più interessata al fatto che Kiev mantengano un minimo di stabilità (Berlino ha già chiesto che il raddoppiamento dei flussi del Nord Stream garantisca comunque un ruolo di transito anche dall’Ucraina).

Johnson, in una lettera indirizzata al gruppo di parlamentari inglesi pro-Polish (la Polonia è uno dei paesi che risente di più delle pressioni e delle ingerenze russe) comunque non ha chiesto apertamente alla Germania di rinunciare al Nord Stream, ma ha detto di essere completamente allineato con la posizione di Kiev – ossia con il più critico dei paesi che si oppongono al gasdotto, insieme a Polonia e Ungheria.

La posizione presa dal governo inglese è conseguenza di uno scenario più ampio: da un lato c’è un avvicinamento di Germania e Francia alla Russia, dall’altro un allineamento di Londra con Washington (tra distinguo e sensibilità, diciamo). Con esempio: nei prossimi giorni il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà Vladimir Putin al forum di San Pietroburgo, mentre Angela Merkel sarà in Cina dove vedrà il presidente Xi Jinping (dopo essere passata da un meeting russo nel buen retiro putiniano di Sochi).

Movimenti che hanno risvolti globali nascosti da un interesse pratico sul tavolo: trovare una quadra sul futuro dell’Iran Deal – l’accordo sul nucleare da cui Trump ha tirato fuori gli Stati Uniti – e soprattutto capire come creare un sistema di difesa dalle sanzioni americane. È una questione fortemente legata al mondo dell’energia anche questa, visto che la francese Total ha già detto che, alle attuali condizioni, si vede costretta a ritirarsi dall’Iran, e lo stesso ha fatto l’assicurazione tedesca Allianz, entrata come garante su alcuni affari euro-iraniani.

Germania, Francia, Russia, Cina, sono tutti firmatari (insieme agli Stati Uniti) dell’accordo con l’Iran che adesso, con l’uscita americana, si ritrovano pragmaticamente avvicinati nella necessità di risposta – e Pechino e Mosca godono di questo pseudo-shift della storica partnership transatlantica. Ed è questo – più che le faccende pratiche – il punto vero: le regole multilaterali su cui poggia la prosperità tedesca e cinese rischiano di essere incrinate.

Il Regno Unito, che pure non ha sposato la mossa trumpiana di uscire dall’accordo con l’Iran, invece sfrutta la sponda americana per seguire la propria standing contro la Russia: Londra, dopo il caso dell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal sul suolo inglese, ha mosso una controffensiva diplomatica contro Mosca, accaparrandosi il consenso dei principali partner occidentali, per primi gli americani (che nei giorni dell’avvelenamento avevano addirittura pensato di cogliere l’occasione per inquadrare la Russia come uno stato terrorista).

Ora, sul Nord Stream 2, dovrebbe allinearsi a Washington, che da settimane ha intensificato il fuoco diplomatico per pressare i tedeschi a ritirarsi dall’affare. Per Londra è un passaggio delicato: andare contro la Germania, che guida la Brexit dall’altro lato della Manica, è ciò che vorrebbero gli euroscettici inglesi, ma per il momento non è il caso di prendere posizioni troppo rigide. Gli inglesi, inoltre, hanno bisogno di gas, e il Gnl norvegese e olandese potrebbe non bastare (i tedeschi dicono che proprio per questo serve il raddoppiamento del Nord Stream); il quadro nel pragmatismo della Pravda: quando gli inglesi si troveranno senza gas, la smetteranno di attaccarci e chiederanno “elemosina alla Russia per il perdono”.

Vuoto pneumatico dall’Italia: su nessuno di questi temi enormi che stanno ridisegnando l’assetto intercontinentale futuro, Roma, con un governo ancora in stand by, ha mai espresso una posizione chiara e decisa.

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