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Controllo e informazione, reclutamento e propaganda: queste le “keywords” alla base del rapporto tra i corrispondenti americani in Italia e il regime fascista di Benito Mussolini. L’evoluzione delle politiche del presidente Usa Roosevelt e la visione del regime dello scrittore Ernest Hemingway sono solo due dei temi analizzati nel volume “La scoperta dell’Italia: il fascismo raccontato dai corrispondenti Usa” di Mauro Canali. Ex professore di Storia contemporanea all’Università di Camerino e membro del Comitato Scientifico di Rai Storia, Canali ha presentato il suo studio sui reporter Usa al Centro Studi Americani.

Professor Canali, quale era il rapporto tra la ramificata attività di controllo messa in atto dal regime fascista sui mezzi di comunicazione e lo svolgimento dell’attività di informazione dei corrispondenti Usa?

Il rapporto tra controllo e informazione si manifestava in diverse direzioni: il regime aveva bisogno di comprendere il reale sentimento che nutrivano i giornalisti americani nei confronti dell’ideologia e dello Stato fascista per poter prendere le adeguate contromisure. Una volta identificato il giornalista come anti fascista, era necessario contenerne l’attività limitando tutti benefits del giornalista. Qualora il giornalista fosse un democratico non anti fascista arrivato in Italia con i valori etico-democratici americani e avesse manifestato nella sua attività una certa comprensione per il regime, il regime stesso attuava un tentativo di reclutamento mediante una strategia di attribuzione di privilegi, che spaziavano dall’organizzazione di incontri con i giornalisti italiani a inviti a manifestazioni pubbliche dove era attuata una esaltazione delle opere del regime.

Cosa veniva chiesto di fare nello specifico?

Il regime spesso chiedeva esplicitamente ai giornalisti americani di svolgere il ruolo di propagandisti tanto in Italia quanto negli Usa, e molti di loro si assoggettavano assecondando le richieste del regime e diventando organici in conferenze e seminari in cui riportavano la testimonianza visiva e ideologica di quello che avevano visto in Italia.

Quale era la visione dei corrispondenti americani sul fascismo e su Mussolini?

Questo discorso è anche connesso alle contemporanee vicende americane, sia di politica interna sia estera. Nei primi anni ’20, una percentuale di giornalisti americani era convinta della funzione positiva svolta da Mussolini in Italia e nelle relazioni internazionali. Il loro atteggiamento era comprensivo, dal momento che Mussolini risolse in Italia una serie di problemi che prendevano forma e corpo anche negli Stati Uniti, ad esempio il malessere sociale, le agitazioni sociali che spesso erano dirette da sindacalisti rivoluzionari.

Poi cosa è cambiato?

Quando Roosevelt divenne presidente nel ‘33, il “New Deal” della White House introdusse un modello di sviluppo economico che trovava corrispondenze nelle politiche che Mussolini stava attuando con lo stato corporativo. Successivamente, prima con la guerra di Etiopia e successivamente con la guerra civile spagnola e l’introduzione delle leggi antisemitiche e dalla progressiva convergenza di Mussolini sulla Germania di Hitler, il presidente Roosevelt comprese di avere di fronte un personaggio non addomesticabile ed entrò in collisione con il regime fascista. La stampa seguì questo andamento facendo eco su questo cambio di approccio di Roosevelt e assumendo di conseguenza posizioni differenti nei confronti del regime.

Il famoso scrittore Usa Ernest Hemingway scrisse molti articoli su Mussolini. Quale era la sua idea sul leader fascista?

Negli anni Venti, ancora prima della marcia su Roma, Hemingway arrivò con la moglie a Roma dove intervistò Mussolini. Lo scrittore era già stato in Italia durante la Prima guerra mondiale in cui era stato ferito e aveva preso anche degli encomi. Hemingway simpatizzò per il Mussolini interventista in contrapposizione a quanti in Italia denigravano la sua figura. Lo scrittore nutrì una evidente simpatia verso il duce per quei mesi tra il marzo del ’22 e la Conferenza di Losanna del ’23. Dopo la presa di potere del duce, Hemingway in un articolo sul Toronto Daily Star definì Mussolini “il più grande bluff d’Europa”. Di lì in avanti, lo scrittore americano divenne acerrimo nemico del fascismo.

Vi racconto il rapporto tra Mussolini e i corrispondenti americani. Parla Mauro Canali

Di Francesco Garibaldi

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