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Era il 1963 quando fu presentata la prima delle numerose proposte di legge per l’istituzione del servizio militare volontario femminile nelle Forze armate dello Stato. L’iter legislativo fu lungo e accidentato e vale la pena ricordare la fase sperimentale del 1992, con le prime “donne soldato” nell’Esercito italiano (caserma dei “Lancieri di Montebello” a Roma), un campione di 29 ragazze che svolgevano le normali attività militari di addestramento. Si aggiunse poi il ruolo decisivo svolto, nella promozione dell’arruolamento volontario femminile e nell’accesso alle carriere nelle Forze armate, dall’Associazione nazionale aspiranti donne soldato (Anados) nata nel 1995. Nel gennaio 1997 il disegno di legge delega e poi, finalmente, nel 2000 le donne entrano nelle Forze armate (legge 20 ottobre 1999, n. 380, “Delega al governo per l’istituzione del servizio militare volontario femminile”).

I decreti legislativi per disciplinare il reclutamento, la formazione e l’addestramento, lo stato giuridico e l’avanzamento del personale militare femminile hanno seguito criteri e principi di pari opportunità uomo-donna, nonché la normativa vigente per il personale dipendente delle pubbliche amministrazioni in materia di maternità e paternità. Il più era fatto! I primi bandi di concorso per il reclutamento nelle accademie militari dell’Esercito, Marina e Aeronautica (pubblicati sulla Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2000) ebbero un esito sorprendente con un’adesione femminile, superiore al 50% delle domande presentate.

Il reclutamento delle donne ha coinciso con la fase attuativa del rinnovato modello di difesa – elaborato secondo i nuovi compiti previsti negli scenari operativi – con l’aumento delle missioni internazionali e le attività di peace keeping. L’Italia colmava inoltre una lacuna, rispetto agli altri Paesi europei e Nato che da tempo avevano impegnato il personale femminile. E benché l’italia sia stata tra le ultime nazioni ad aprire il reclutamento alle donne, ha guadagnato velocemente una posizione avanzata rispetto ad altri Paesi europei.

Secondo i dati più aggiornati (dicembre 2016), il personale militare femminile in servizio nelle quattro Forze armate nazionali è così rappresentato: 5.991 (6,30%) nell’Esercito; 1.246 (3,10%) nell’Aeronautica; 2.041 (5,20%) nella Marina (compresa la Guardia costiera); 2.569 (2,47%) nell’Arma dei Carabinieri.

La presenza femminile rappresenta ormai la “normalità” in ogni attività militare, sia in ambito nazionale sia nei teatri operativi internazionali. La componente femminile, impegnata nelle operazioni di peace keeping e peace building, rappresenta, in particolare, una risorsa fondamentale nell’interazione con la popolazione civile locale e, di conseguenza, nel perseguimento delle finalità delle missioni nei teatri operativi e degli scopi di cooperazione civile-militare. Le donne militari, in ambito nazionale e nelle operazioni internazionali, contribuiscono alla sicurezza, sono un moltiplicatore di forza e di efficacia nella ricostruzione, nei processi di stabilizzazione e nel mantenimento della pace.

Articolo pubblicato sull’ultimo numero di Airpress

 

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