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Ci risiamo. Siamo alle solite. Dopo la strage di Barcellona ci ritroviamo qui a commentare i torbidi tragici dell’ultima violenza mortale subita dall’Europa. Questa volta però con un piccolo corrollario: siamo stati ammazzati anche noi italiani con le altre vittime sulle Rambla.

E, dopo la costernazione, rieccoci alla retorica istituzionale, fatta più per giustificare l’ineluttabile scenario triturato di sangue subìto che una reale, concreta, avvenuta o preparata legittima reazione. L’Unione Europea, per bocca del suo Commissario alle migrazioni Avramopulos (nella foto), che se ne esce con la tolleranza e il rispetto ( “dobbiamo dimostrare loro rispetto e comprendere la loro cultura”, ha detto a Repubblica): non sia mai che trapeli un po’ di orgoglio dietro il far play.

Come dire, crolla il terreno sotto la casa, ma noi continuiamo ad edificare sulla sabbia fradicia la nostra dimora sociale molliccia e assolutamente incontrollata. Ebbene, si lasci andare il pensiero verso la verità, per una volta almeno, senza tutto questo involucro di pattume ipocrita.

Noi stiamo vivendo una situazione in cui la guerra sta dentro i nostri confini. Stiamo portando l’odio contro di noi talmente sotto casa che diventerà presto un fatto domestico dover prendere a fucilate non un ladro ma un terrorista. Non contenti crediamo che diventare tutti della stessa nazionalità dovrebbe servire ad essere cristiani dopo secoli di secolarizzazione e a nascondere non si sa che cosa, quando gli attentatori per l’appunto sono quasi sempre stati già nazionalizzati senza altro risultato che la nostra morte per strada.

La politica europea è incapace di difendere se stessa dell’ignavia, figuriamoci se così si potrà mai rendere sicure le nostre vite. Qui bisogna fare una scelta. O si decide di raccoglierci tutti uniti su una sola idea: la sicurezza. Oppure finiamo per sembrare dei ciarlatani che sanno solo commemorare senza nessun’altra abilità che la retorica pestilenziale e qualunquista del cordoglio vacuo.

Sicurezza vuol dire rispondere a questa malvagità assoluta con forza e durezza assoluta. Punto e basta. Avanti con le espulsioni. Chiusura dei confini europei. Respingimenti e niente più tolleranza con nessuno. Chiedere scusa delle crociate del XII secolo non significa infatti farsi ammazzare e colonizzare con le armi selvagge di questa miserabile vigliaccheria ideologica.

La carità e la generosità non sono virtù politiche ma umane. Lo si dica, diamine! Lo Stato e la democrazia si difendono con le armi per evitare che la violenza diventi qualcosa di privato e un fattore decostruttivo.

La ricetta politica non può essere buona oggi. Non può essere roba da mammollette. Deve essere giusta, dura e intransigente. Soprattutto dobbiamo fare una campagna anche crudele ma non inerte. Perché la differenza tra la violenza e la civiltà non sta nella debolezza della seconda rispetto all’aggressività della prima, ma nella forza finalizzata a sconfiggere il male da parte del bene contro il male, quella forza che non abbiamo più e sulla tomba della quale stiamo piangendo vittime su vittime, e facendo inghiottire Occidente, Cristianesimo e diritti umani nel nulla del terrorismo.

Se, in definitiva, non riusciremo a trovare la forza necessaria per essere noi stessi, finiremo per non essere altro che dei poveri resti di un’antica civiltà in declino, massacrata dal nemico ben accolto con un magnifico cavallo di Troia globalista.

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