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Alla fine è stato un successo. Un trionfo addirittura in Veneto, molto meno in Lombardia, dove non c’era il quorum. Il referendum sull’autonomia si conclude con un’affluenza del 58% in Veneto, con il Sì al 98%. Qui il quorum era essenziale per la validità della consultazione ed è stato superato già alle 19, con la chiusura dei seggi alle 23. In Lombardia, invece, i dati sono giunti parecchio in ritardo, nonostante il voto elettronico col tablet avrebbe dovuto garantire un responso quasi in tempo reale. Secondo Roberto Maroni l’affluenza è stata del 38%, con il governatore che aveva fissato l’asticella del successo al 34. Non è lo stesso risultato ottenuto da Luca Zaia, ma al Pirellone si canta lo stesso vittoria. “Deluso? Ma no sono felice… E’ stato un grande successo”, ha detto l’ex ministro dell’Interno. “Questa non è una vittoria di un partito ma di un popolo, sono i veneti in massa a chiedere maggiore autonomia”, le parole di Zaia.

E’ una vittoria della Lega, innanzitutto, che questa consultazione l’ha fortemente voluta. Matteo Salvini, però, ieri sera non ha rilasciato dichiarazioni, segno che ha voluto lasciare il palcoscenico tutto ai due governatori: parlerà questa mattina in una conferenza stampa convocata in via Bellerio. Ma è anche un segno del fatto che il leader leghista non voglia cavalcare troppo questo successo che riaccende nel Paese le istante autonomiste e federaliste, mentre lui sta cercando di costruire un movimento il più possibile nazionale. E questo qualche ricaduta sul futuro della Lega lo avrà. Sia Maroni che Zaia, infatti, non sono salviniani: entrambi sono assai lontani dal segretario e questo referendum è in primis una loro vittoria. E questo potrebbe aprire un fronte interno proprio nel Carroccio. Zaia, per esempio, anche ieri sera si è presentato come leader del Nord Est e potrebbe mirare alla leadership della Lega, presentandosi come una faccia più credibile per Palazzo Chigi anche davanti agli alleati. Maroni, invece, se non dovesse essere confermato in Lombardia, potrebbe tornare ad avere velleità nazionali o essere interessato a riaprire la partita interna al suo movimento, dove in tanti guardano ancora a lui come l’anti-Salvini. Resta ora da vedere se le istanze federaliste che Lombardia e Veneto porteranno a Roma, dove chiederanno autonomia su 23 materie con relative risorse, possano in qualche modo infastidire il cammino nazionale del leader e far scricchiolare l’alleanza di centro destra in vista delle elezioni.

Nelle ultime settimane lo si è visto plasticamente, con il duro scontro proprio tra Salvini e Meloni, con la giovane leader di Fdi che ha definito il referendum “un oltraggio alla patria”, mettendosi contro i nordisti del suo partito, a cominciare da Ignazio La Russa, ormai sempre più distante dall’ala romana dove comanda Fabio Rampelli. E anche la stampa d’area si è divisa: Giornale, Libero e Verità a favore del Sì e il Tempo (stesso editore del quotidiano di Feltri) fortemente contro la consultazione. Berlusconi, invece, si è accodato alla battaglia per il Sì, ma è sembrata quasi un atto dovuto sulla spinta della corrente nordista del suo partito capitanata da Paolo Romani e Mariastella Gelmini.

Da oggi in poi, infatti, nel centrodestra bisognerà rimettere insieme i cocci lasciati dallo scontro Meloni vs Salvini. E non sarà semplice, con i due governatori che scenderanno a Roma per chiedere a Gentiloni che le istanze referendarie vengano subito sottoposte all’esame del Parlamento. Affinché il passaggio di competenze si concretizzi, infatti, occorre un voto a maggioranza assoluta in Parlamento e lì lo scontro rischia di far deflagrare ancor di più le contraddizioni del centrodestra. Lasciare i nove decimi delle tasse sul territorio e abbattere il residuo fiscale (la differenza tra quanto una regione manda allo Stato centrale e quanto torna indietro come servizi) non è affare da poco e avvicinerebbe molto Lombardia e Veneto alle regioni a statuto speciale. Insomma, la partita nel centrodestra inizia ora e rischia di avvelenare i pozzi quando invece la coalizione dovrebbe restare unita in vista delle elezioni politiche, dove Forza Italia & C hanno grandi chance di vittoria anche a causa delle divisioni e delle difficoltà del centrosinistra e dell’isolazionismo cui si condanna il Movimento 5 Stelle.

Il Pd, invece, a parte l’attivismo degli esponenti locali (Gori e Sala, ma non solo), nella partita referendaria è stato a guardare, dichiarandosi tiepidamente per il Sì specificando però che la consultazione è inutile e che il modello da seguire è quello del governatore emiliano Stefano Bonaccini. M5S in Lombardia, invece, è stato al fianco della Lega, ma non se n’è accorto nessuno. E infatti nessuno parla di vittoria grillina. Il resto della sinistra, invece, da Mdp e Si fino a Giuliano Pisapia, era contraria.

Ultima annotazione di carattere tecnico: in Veneto lo spoglio delle schede è stato ritardato da due violenti attacchi hacker; mentre in Lombardia il voto elettronico si è dimostrato un flop almeno per quanto riguarda la velocità sui risultati. Il primo dato fa riflettere sul fatto che la cyber security ormai è materia di primo piano non solo per aziende e banche, ma anche per quanto riguarda la politica e la sicurezza nazionale. La seconda è che l’Italia forse non è ancora pronta per il voto elettronico e questo è un gap notevole se si pensa che questo sistema è utilizzato con successo in Paesi molto meno ricchi del nostro. La Lettonia, per esempio.

Referendum, ecco come Maroni e Zaia si muoveranno nella Lega di Salvini

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