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Durante un intervento alla conferenza “Spirit of Liberty” del Bush Institute a New York, l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha indirizzato un durissimo attacco al presidente Trump, pur senza mai citarlo direttamente, criticando le scelte politiche del governo in carica e i modi di fare del “trumpismo”.

In quella che sembra essere una vera e propria presa di distanze dall’attuale amministrazione, Bush si è detto preoccupato per il declino valoriale che ha caratterizzato la storia recente del Paese, affermando che “le giovani generazioni avrebbero bisogno di esempi positivi da seguire… e invece il bullismo e il pregiudizio stanno diventando una caratteristica della vita pubblica, cedendo spazio al fanatismo e alla crudeltà, compromettendo così l’educazione dei più giovani”.

Anche il clima di tensione scaturito dall’inasprirsi delle posizioni in materia di immigrazione è stato richiamato e preso di mira da Bush, che ha usato parole di netta diffida verso uno dei temi più sentiti dall’amministrazione Trump: “Abbiamo visto il nazionalismo distorcersi fino a cadere nel nativismo e abbiamo dimenticato la dinamicità che l’immigrazione ha sempre portato in America”. L’ex presidente ha poi aggiunto: “I nostri concittadini stanno male. Sono arrabbiati e frustrati. Dobbiamo aiutarli ma non possiamo pensare di chiudere la porta alla globalizzazione”.

Persino i temi della sicurezza sono stati contestualizzati nella necessità di apertura verso l’esterno: “La nostra sicurezza e la nostra prosperità si fondano su un costante e sostenuto impegno globale: nella ricerca di nuovi mercati per i beni americani. Le sfide della sicurezza possono essere vinte prima ancora che si materializzino e arrivino sulle nostre sponde. Questo è possibile attraverso la promozione del benessere globale e dello sviluppo come alternativa alla sofferenza… nell’attrazione del talento, delle energie positive e delle imprese provenienti da tutto il mondo… nell’essere una speranza per i rifugiati e una voce per i dissidenti, per chi lotta per i diritti umani e per gli oppressi”.

Sotto un punto di vista più strettamente politico, le parole di Bush hanno preso la forma di un manifesto contro il complottismo che offuscherebbe la realtà e impedirebbe l’esercizio dei pesi e contrappesi su cui si è storicamente retta la democrazia americana: “L’intolleranza sembra essere incoraggiata. La nostra politica è sempre più vulnerabile alle teorie della cospirazione e alle macchinazioni”.

Il richiamo all’investigazione in corso sulle possibili interferenze russe nella scorsa campagna elettorale non è stato troppo velato: “L’America sta sperimentando il tentativo posto in essere da un potere ostile di alimentare e sfruttare le divisioni interne al nostro Paese. Secondo i nostri servizi di intelligence, il governo russo ha perpetrato un progetto rivolto a mettere gli americani l’uno contro l’altro. Questo progetto ampio, sistematico e furtivo, è stato condotto attraverso una serie di piattaforme sui social media. In definitiva, questo assalto non avrà successo. Le aggressioni straniere – inclusi gli attacchi informatici, la disinformazione e l’influenza finanziaria – non possono essere tollerati o sottovalutati”.

L’intervento si pone come una sorta di spartiacque rispetto alla posizione defilata sinora assunta da Bush nei confronti del suo successore alla Casa Bianca. Sebbene Trump non sia stato mai richiamato direttamente nel corso dello speech, i riferimenti ai tratti salienti del suo governo sono apparsi sin da subito evidenti e la critica è stata una costante che ha caratterizzato tutto il discorso.

Bush, tra l’altro, è intervenuto alla fine di una sessione in cui era presente Nikki Haley, rappresentante permanente alle Nazioni Unite nominata dal governo in carica. Considerata la vasta eco mediatica scaturita da tale intervento, la risposta di Trump non dovrebbe tardare.

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