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La data cerchiata in rosso sul calendario è il 30 settembre. Tra poco meno di due mesi cadranno le limitazioni alle esportazioni di capitali imposte dal governo cinese lo scorso dicembre. La speranza è che la fine delle restrizioni rilanci anche gli investimenti del Dragone fuori dai propri confini, i cui volumi, secondo un’eleborazione di Thomson Reuters, si sono dimezzati nella prima metà dell’anno a 64,2 miliardi di dollari rispetto allo stesso periodo del 2016. L’adagio però recita che in Cina non si muova foglia che il Partito comunista non voglia. E il Partito questo autunno sarà impegnato nel diciannovesimo congresso, per riconfermare Xi Jinping presidente per un secondo mandato e rinnovare in gran parte il comitato centrale, il Politburo e il comitato permanente, la vera ristretta cerchia di potere della politica cinese.

Non è quindi da escludere che prima di quella data la dirigenza di Pechino non reputi necessario estendere ulteriormente le restrizioni. Intanto, secondo quanto riporta sempre la Reuters, il ministero del Commercio e la Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo, principale organismo di pianificazione economica del Paese, stanno passando in rassegna tutta una serie di acquisizioni. Un’analisi minuziosa, nella quale riferiscono le fonti dell’agenzia anglo-statunitense, i regolatori si stanno concentrando in particolare sulle valutazioni e sugli aspetti finanziari.

Le attenzioni sarebbero rivolte soprattutto verso quelle operazioni ritenute non strategiche dal governo.
In parallelo si stanno muovendo anche l’amministrazione di Stato per le riserve estere e la Commissione di regolamentazione del sistema bancario. Quest’ultima già da un paio di mesi ha sollecitato gli istituti di credito affinché valutino la propria esposizione ne confronti della conglomerata Dalian Wanda, del gruppo Fosun, dell’assicurazione Anbang e della holding Hna, tutte società private in prima fila nell’espansione delle imprese cinese fuori dai confini della Repubblica popolare, con investimenti per diverse decine di miliardi di dollari in Europa e negli Stati Uniti.

Le autorità di vigilanza si starebbero concentrando sui prestiti richiesti alle filiali all’estero dei principali istituti cinesi, coperti in garanzia da proprietà immobiliari e altri asset in Cina, allo scopo di finanziare le acquisizioni all’estero.

L’eccessivo indebitamento di alcuni dei principali gruppi cinesi preoccupa Pechino. Lo scoppio di un’eventuale bolla immobiliare potrebbe avere ripercussioni sui collaterali. È pur vero che nell’exploit del pil cinese nei primi sei mesi dell’anno (+6,9% ossia oltre l’obiettivo del +6,5% del governo) il mattone gioca un ruolo importante non decisivo come si è tenuti a credere. Come sottolinea Alberto Rossi, della Fondazione Italia Cina, il real estate è cresciuto agli stessi ritmi dell’economia, ma ha rallentato rispetto al tasso dell’8,6% di un anno fa.

In ogni caso la stabilità finanziaria è una delle priorità nei corridoi di Zhongnanhai, la cittadella del potere a Pechino. E non soltanto perché,come dimostrato dalle manifestazioni degli investitori abbindolati da una società che proponeva uno schema Ponzi, le tensioni si possono riversare in piazza. Lo scorso aprile, il Politburo del Pcc ha esaminato uno studio commissionato da Liu He, consigliere economico del presidente Xi e dato tra i papabili per un ruolo chiave, sulle cause della ventennale stagnazione che ha colpito il Giappone dagli anni Novanta. Tra le cause messe in evidenza dal documento emerge proprio l’ansia da acquisizione di cui furono protagonisti i colossi industriali nipponici a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Evitare la sindrome nipponica è quindi l’imperativo a Pechino.

Entro l’anno, come anticipato da Caixin, lo scorso marzo, dovrebbe quindi vedere la luce una legge complessiva sulle acquisizioni all’estero che metta ordine nella autorizzazioni, oggi compito di tre diverse autorità. Negli scorsi giorni l’esecutivo ha inoltre diffuso le linee guida per le operazioni all’estero cui devono attenersi le grandi imprese di Stato.
Intanto i gruppi privati vedono aumentare la pressione, anche mediatica nei loro confronti . La commissione di regolamentazione sulle assicurazioni ha dovuto smentire di aver imposto ad Anbang la vendita di asset all’estero. La compagnia nel 2015 salì all’onore delle cronache per l’acquisto, per 2 miliardi, del Waldorf Astoria di New York.

Quando poi lo scorso anno si lanciò in una gara al rialzo con Marriott per gli hotel Starwood, abbandonando a sorpresa la competizione dopo aver portato l’offerta a 14 miliardi, il gruppo finì nel mirino della vigilanza per la vaghezza delle proprie fonti di finanziamento. Risultato nei mesi scorsi il presidente Wu Xiaohui è finito agli arresti e le polizze rischiose con le quali finanziava la propria espansione sono state bloccate. Non se la passa bene neppure Dalian Wanda. Il gruppo presieduto dal magnate Wang Jianlin si è visto congelare le linee di credito per alcune operazioni. Il miliardario al momento ha piegato la testa e annunciato che gli investimenti della conglomerata saranno indirizzati allo sviluppo interno. Anche Guo Guangchang di Fosun cerca di non inimicarsi Pechino. E per questo nelle scorse settimane si è speso in complimenti per le tempistiche delle restrizioni, benché assieme al colosso statale Sanyuan (del quale comunque Fosun ha il 20%) si stia muovendo per comprare il produttore francese di margarina St-Hubert.

Wanda, Fosun, Hna. Perché Pechino frena gli investimenti esteri dei colossi cinesi

La data cerchiata in rosso sul calendario è il 30 settembre. Tra poco meno di due mesi cadranno le limitazioni alle esportazioni di capitali imposte dal governo cinese lo scorso dicembre. La speranza è che la fine delle restrizioni rilanci anche gli investimenti del Dragone fuori dai propri confini, i cui volumi, secondo un’eleborazione di Thomson Reuters, si sono dimezzati…

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