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La faticosa costruzione della risposta europea ai flussi migratori, iniziata nell’ottobre 2013 con la scelta italiana di soccorrere chi rischiava la vita nel Mediterraneo, si è conclusa nel 2015 con il patto con la Turchia. Angela Merkel ha promosso il negoziato turco e sostenuto i quattro punti fondamentali della gestione della crisi: stop indiscriminato degli accessi con il rigido controllo dei confini e la conversione di Frontex in agenzia per il controllo comune dei confini; accordi con i Paesi di origine e transito per bloccare i flussi ed esternalizzare le procedure di protezione internazionale di rifugiati e richiedenti asilo; lotta al contrabbando (smuggling) di migranti con un’operazione di Difesa comune; ricollocazione dei migranti presenti in Italia e Grecia.

È probabile che questa gestione non dia i risultati attesi. Ammassare ai confini dell’Europa profughi di guerre e di altri disastri politici, economici e ambientali in attesa che rientrino nei loro Paesi o si integrino nell’economia dei Paesi ospitanti è una scelta avventata: Paesi come Giordania e Libano hanno poche opportunità di lavoro in settori (costruzioni, estrazioni, lavori domestici oltre che agricoltura e pesca) nei quali invece l’Europa continua ad avere bisogno di manodopera a basso costo. Colpire chi fa contrabbando di persone è sacrosanto, farlo con un’operazione di pattugliamento militare significa invitare i contrabbandieri a cercare percorsi non pattugliati e ad alzare il costo del loro servizio a danno di chi non ha accesso al territorio europeo con vie legali – che sono state cancellate. Coordinare le agenzie nazionali di controllo dei confini e pianificare la ricollocazione di 160mila immigrati sono scelte che appaiono tanto opportune e scontate quanto inefficaci e sospette nell’attuale sistema comunitario.

Si tratta di misure decise da tutti i capi di governo nel Consiglio europeo che si dimostra incapace di governare dopo aver fatto includere nel Trattato di Lisbona la sua promozione a istituzione dell’Unione. Con questo errore, i Capi di governo hanno portato a compimento la riforma iniziata nel 1966 con il Compromesso di Lussemburgo che è rivolta a sterilizzare il potere d’iniziativa della Commissione e quello di aprire procedure d’infrazione. I piani di ricollocazione, infatti, non sono stati adempiuti dai governi, alcuni dei quali dichiarano apertamente che non lo faranno mai, mentre l’apertura di procedure di infrazione è di continuo rinviata.

La gestione della crisi migratoria – comune, ma personalizzata da ogni governo – è il paradigma della crisi europea. La responsabilità giuridica degli Stati evapora davanti alla responsabilità politica dei governi verso i propri elettori. Con l’errore di Lisbona, insomma, l’Unione ha finito di essere un’organizzazione d’integrazione per diventare un’organizzazione che favorisce la coordinazione di variegate risposte nazionali a problemi comuni.

L’Unione continuerà a gestire le politiche comuni prodotte in passato – Brexit permettendo – ma nuove politiche comuni sono altamente improbabili. È prevedibile che ogni primo ministro, per essere rieletto dai suoi cittadini, non aderisca a nuove azioni e non autorizzi nuove politiche comuni che mettono a rischio il suo rapporto con gli elettori. Semmai, si darà da fare per contrarre alcune politiche comuni e avrà dalla sua parte i membri del Parlamento europeo che sono stati eletti nelle liste dei partiti di governo del suo Paese.

Anche qui la gestione della pressione migratoria svela il paradigma dell’Unione dopo Lisbona. Da quando i partiti anti-immigrazione sono cresciuti nei Paesi membri, i parlamentari europei, come i governi, sono diventati meno favorevoli alle politiche comunitarie dell’immigrazione e più favorevoli a politiche nazionali restrittive.

Fino all’errore di Lisbona, questo legame tra governi in Consiglio europeo e parlamentari europei dei partiti di maggioranza a livello nazionale non era nel disegno istituzionale dell’Unione. Anzi, per spianare la strada all’eliminazione del deficit democratico, i trattati di riforma avevano avviato un percorso verso l’elezione del presidente della Commissione che riduceva i poteri di nomina del Consiglio.

Chi è eletto dalla maggioranza è legittimato a governare, ma solo da chi vuole essere rieletto maggioritariamente ci si può aspettare che governi con politiche che compongono gli interessi di diversi gruppi di elettori. È quello di cui l’Unione ha bisogno, ma di cui non vi è traccia nella campagna elettorale tedesca, nonostante i propositi europeisti della Merkel.

Il futuro dell’Unione, insomma, dipende da scelte istituzionali come l’elezione del presidente della Commissione e l’introduzione di liste transnazionali per il Parlamento europeo e non da uno dei fumosi modelli proposti da Juncker e apprezzati, non a caso, da tutti i Capi di governo nell’anniversario dei Trattati di Roma.

(articolo tratto dalla rivista Formiche)

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