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Quali sono le implicazioni regionali e internazionali di un fenomeno sempre poco ascoltato ma mai così attuale come l’antisemitismo, che va di pari passo con quello della difesa di tutte le minoranze in Medio Oriente? Se ne è parlato mercoledì 13 settembre nell’auditorium dell’Istituto Patristico Agostinianum, in occasione della prima delle tre giornate di discussione organizzate da Isgap –  Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy, che avranno luogo dal 13 al 15 settembre in tre diversi luoghi simboli della città: il Vaticano (la fede), l’università La Sapienza (la storia), la Camera dei deputati (il diritto).

“L’ANTISEMITISMO NON FINISCE CON GLI EBREI”, MA “HA ATTIRATO IN MOLTI NEI PREGIUDIZI”

Il dibattito è quindi ampio e serrato. “L’antisemitismo è iniziato con gli ebrei, per sterminarli, ma non finisce con loro. Finisce con il rifiuto degli altri e delle minoranze religiose”, esordisce Charles Asher Small (nella foto), dell’ISGAP World Wide: “Nell’islam politico l’antisemitismo si è unito, e ora è il cuore di questo movimento. Noi in Occidente siamo rimasti in silenzio per generazioni ”, e oggi “lo Stato di Israele viene percepito come nazista in luoghi come Londra, Bruxelles, nei campus delle università: non possiamo tollerare né questo tipo di atteggiamento, né nessuna forma di antisemitismo”. Affermazioni che collimano con quelle di Sergio Della Pergola, demografo dell’Università Ebraica di Gerusalemme, considerato il massimo esperto italiano di demografia israeliana e della diaspora: “C’è un tipo di antisemitismo che vede gli ebrei come degenerati, pagani, centristi liberali, di estrema destra o estrema sinistra, nemici devianti da curare o potenziali adepti, anti-capitalisti o liberisti. I pregiudizi negativi hanno esposto molte persone a eventi di tipo antisemita”. Per questo “va monitorato il discorso antisemita nei media nelle università, indagato il doppio standard applicato, e bisogna individuare gli attori attivi e passivi, i canali di diffusione, quali sono state le sanzioni applicate. Dobbiamo insegnare alle persone la realtà ebraica e i suoi valori”.

LA SITUAZIONE IRANIANA OGGI E IL RUOLO EDUCATIVO DEI GOVERNI OCCIDENTALI

Il discorso volge a breve su Paesi come l’Iran, dove “il grado di libertà religiosa è ben definito”, “gli iraniani sono gli unici riconosciuti, la Chiesa cattolica è discriminata e si cerca di ridurne biologicamente la crescita”, come ha affermato il politologo tedesco-iraniano Wahied Wahdat Hagh. Aggiungendo che non “c’è il diritto di identificarsi con Israele, si viene tacciati di essere spie, e la mira è la sua distruzione”, e indicando che “l’odio istituzionale e pubblico è tipico del totalitarismo dittatoriale iraniano”. La persecuzione dei bahá’í è poi simile: “Teorie complottiste, studenti insultati, ridicolizzati, esclusi, espulsi, professori arrestati”. Situazione che “non è cambiata con l’arrivo di Rohani del 2013”. Quale ruolo dovrebbero quindi avere governi come quelli occidentali? “Far crescere ed educare questi imam”, ha detto Sheikh Muostafa Rashed, presidente del World Union of Islamic Scholars for Peace: “Trovare dovo sono e affrontare il problema. Ma continuano a dirci che queste persone hanno diritti umani, come la libertà di parola, e quindi non possono metterli a tacere, nemmeno per prevenire un crimine”. Estremisti e terroristi non sono più del 5% dei musulmani a livello globale, ha poi illustrato: “la grande maggioranza è quindi contraria. Ma se facciamo il calcolo non possiamo pensare che siano un piccolo gruppo”.

“L’IMPORTAZIONE DELL’ANTISEMITISMO” E IL RITORNO IN ISRAELE DEGLI EBREI FRANCESI

“Non esiste un Corano radicale e uno moderato, esistono gli stessi testi: il gioco è l’adattamento alla propria cultura”, ha spiegato Mordechai Kedar, accademico con una lunga carriera nell’intelligence israeliano: “Se uno cresce in una città moderata diventerà moderato, e sceglierà dalle parole di Maometto tutto ciò che sosterrà la propria cultura”. Tuttavia oggi, ha proseguito, “l’antisemitismo riguarda tanti altri gruppi religiosi non ebraici”, oltre anche al “5% dei migranti che provengono da Paesi islamici e importano in Occidente questo atteggiamento”. La cui radice si basa sul fatto che “secondo alcuni precetti islamici, l’islam è l’unica religione, ebraismo e cristianesimo non sono la verità, e il suo scopo è sostituirle”. I musulmani radicali “parlano della liberazione della Spagna dall’occupazione cristiana, la reconquista”, che dimostra “come la loro idea riguarda tutto ciò che non è islamico. Questo è quanto i paesi europei non hanno ancora compreso”. Kedar ha inoltre riportato il fatto che “molto ebrei francesi sono tornati in Israele perché si sono stufati di ciò che avviene in Francia”: “Il prezzo che l’Europa pagherà sarà la migrazione degli ebrei, perché ha chiuso gli occhi su Tolosa, sulle svastiche nelle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, sui cimiteri profanati”.

LE DEMOCRAZIA DI ISRAELE “NELLA DIFESA” E “L’ANTISEMITISMO DEI LEADER ARABI”

“Se una persona viene espulsa da Israele e non dimostra di essere fuori dalle dinamiche fondamentaliste, noi non crediamo che Israele sia il luogo migliore per queste persone. Mi chiedo come sia stato possibile che gli attentatori in Francia siano stati fatti rientrare”, ha affermato il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini. “Loro non credono della democrazia ma se ne approfittano per agire contro di essa”, mentre “Israele cerca di essere una democrazia nella difesa”. Volgendosi sull’analisi storica, ha aggiunto che “cento anni fa avevamo gli imperi che per loro natura erano multietnici e multireligiosi, però sono crollati uno dopo l’altro per fare spazio a un principio nuovo, l’autodeterminazione. Non più imperi ma comunità con ambizioni personali, lo Stato-nazione. Ne è seguita un’enorme ondata di trasferimento delle popolazione, e i risultati sono stati i genocidi”. Per poi aggiungere che oggi “l’antisionismo è una forma di antisemitismo politicamente corretto”, e “l’antisemitismo riguarda l’establishment arabo di oggi”. E che i leader di Hamas, per di più, “non parlano di Israele, ma del Vaticano”.

IL VUOTO DEGLI IMPERI, JEREMY CORBIN, E L’ANTISEMITISMO MOTORE DELL’ISLAMISMO

Mentre questo vuoto lasciato dagli imperi veniva riempito da fascismo e comunismo, ha spiegato in conclusione Haras Rafiq, Ad di Quilliam e membro del Prime Minister’s Community Engagement Forum (CEF), “nel mondo arabo è emerso l’islamismo, la cui parola non è inventata, ma è sul sito dei Fratelli musulmani. Perciò è molto importante usarla. L’idea è creare uno stato utopico islamico basato su un certo tipo di sharia, la legge islamica da diffondere in tutto il mondo: le persone che seguono questa idea sono islamiste”. Quale quindi, in definitiva, il motore dell’islamismo? “L’antisemitismo, l’odio contro Israele e lo stato ebraico: è l’oppio delle masse, il modo in cui gli islamisti reclutano per creare il loro stato utopico. L’islamismo è una teologia politica, che chiede fedeltà e unione per il bene di Dio, e chiunque è fuori è un miscredente. Anche io, musulmano, sono considerato tale”. L’idea di parlare di “sharia law”, nei testi sacri dell’islam non esiste, ha spiegato Rafiq: “Sharia è un sostantivo”. Mentre invece “nell’opinione classica tradizionale l’umma era l’umanità”. Per questo il richiamo è al fatto che “noi tutti dobbiamo partecipare a questa lotta delle idee, perché il problema va risolto in quella regione”. Mentre infine, ha concluso citando la politica inglese, “Jeremy Corbin chiama amiche le organizzazioni terroristiche come Hezbollah, che il governo britannico ha classificato come terroristiche, e sostiene che la nostra politica estera è il motivo per cui ora abbiamo la jihad. Credo che sarebbe un disastro se andasse al governo”.

Che cosa si è detto in Vaticano su antisemitismo e minoranze in Medio Oriente

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