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Donald Trump ha scritto su Twitter che oggi, giovedì 1 giugno, farà un importante annuncio sul clima. Tutti i giornali concordano sul fatto che il presidente degli Stati Uniti romperà gli indugi e recederà dall’accordo di Parigi, siglato nel 2015. L’accordo sul clima si poneva l’obiettivo di ridurre le emissioni per limitare il surriscaldamento globale e per essere efficace necessitava dell’adesione dei Paesi produttori di almeno 55% delle emissioni globali. L’adesione di Stati Uniti e Cina, che insieme arrivano al 38% di emissioni di CO2, è considerata da molti cruciale.

La decisione degli Stati Uniti di recedere, per quanto per ora solo paventata, ha già mandato in fibrillazione molti leader, a partire dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. “Non penso che l’Europa debba essere al servizio degli Stati Uniti – ha dichiarato – se, nei prossimi giorni, il Presidente americano confermerà l’uscita dall’accordo di Parigi, allora sarà un dovere per l’Europa dire che non è tutto ok”. Ma anche a casa propria Trump ha incassato una levata di scudi, sia dal mondo politico che economico. Per Hillary Clinton la decisione di Trump sarebbe “totalmente incomprensibile”, mentre Elon Musk, Ceo di Tesla, è pronto a lasciare il comitato di advisor del Presidente, se quest’ultimo formalizzerà la decisione.

Formiche.net ha intervistato Rosa Filippini, tra i fondatori di Amici della Terra e con un passato in politica (Verdi e Psi).

Filippini, cosa comporterebbe l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima?

Data la natura degli accordi stessi, non vedo in realtà molti effetti concreti. Ho l’impressione che sia una partita giocata più sulla comunicazione e sull’immagine. Mi spiego: accordi di questo tipo vengono rinnovati ormai da vent’anni, ma proviamo a vederne gli aspetti reali. Prendiamo la Germania, che si presenta come capofila delle politiche sui cambiamenti climatici: continua a produrre il 45% di energia di energia elettrica da carbone e lignite, che dal punto di vista ambientale, al di là dei gas serra, rappresenta una devastazione. Se questo è il leader delle politiche ambientali e degli accordi sul clima…

Quindi gli accordi sul clima sono inutili?

No, l’Unione Europea  nel suo insieme si è data obiettivi molto impegnativi e ha raggiunto dei risultati con grande impegno di risorse. Ma stiamo parlando di un problema globale e  le emissioni di CO2 dell’Europa incidono su meno del 10% del totale. Concretamente ininfluenti. La partita vera si gioca sulla ricerca e sulle leadership industriali. Il fatto che gli Stati Uniti firmino o meno, di per sé, cambia poco. Non credo che i settori industriali che sono indirizzati verso l’innovazione si tirino indietro perché Trump non firma. Piuttosto si tireranno indietro se gli converrà farlo.

Sta dicendo che l’Europa, che passa per la più attenta ai temi climatici, non ha fatto abbastanza.

L’Europa ha speso tanto con scarsi risultati. Ma soprattutto, le sue politiche restrittive hanno provocato la delocalizzazione delle industrie in Paesi più permissivi. Ha perso competitività e posti di lavoro e l’effetto globale è rimasto lo stesso o è addirittura peggiorato. L’Italia per esempio ha fatto più di quello che si poteva permettere, compreso qualche disastro. L’ansia di essere i primi della classe ci ha fatto investire una barca di quattrini in incentivi alle rinnovabili elettriche intermittenti come eolico e fotovoltaico: una cifra nell’ordine di 200 miliardi di euro in circa 20 anni. Questo ha fatto lievitare i costi dell’energia elettrica con tutte le conseguenze del caso.

Cosa avremmo dovuto fare invece?

Lo slogan degli Amici della Terra è: prima l’efficienza. Occorre incrementare l’efficienza, una strategia che dà risultati molto maggiori perché conviene investire per risparmiare piuttosto che spendere per produrre e poi sprecare. Senza contare che l’Italia nel settore ha un grande know-how, che deriva dal fatto di non avere mai avuto a disposizione grandi risorse primarie. L’analisi degli investimenti fatti in questi anni dimostra che risparmiare un Megawattora costa da 9 a 65 euro, secondo lo strumento adottato. Produrre un megawattora da fonti rinnovabili elettriche, invece, è costato dai 190 fino a 700 euro.

Quindi gli incentivi alle rinnovabili secondo lei sono deleteri?

Sulle rinnovabili avremmo dovuto modulare diversamente gli incentivi nei tempi e nei modi. Penso al fotovoltaico: stiamo ancora pagando (e andremo avanti per altri 10-15 anni) distese di pannelli installati fra il 2007 e il 2012 che sono già obsoleti. Il risultato è che oggi non c’è più una lira perché le bollette elettriche sono già troppo salate e non possiamo più incentivare nuove installazioni proprio quando i costi si sono abbassati e le tecnologie sono migliorate. Non è un mistero: queste cose le hanno dette tutti i ministri, sia Calenda sia i suoi predecessori, anche se poi cedono ai lobbisti e continuano a fare aste per installare pale eoliche che producono poco (in Italia non c’è vento sufficiente) e compromettono un paesaggio unico al mondo.

Se Trump decidesse davvero di recedere, esisteranno strumenti per indurre gli Stati Uniti a cambiare idea o il mondo dovrà rassegnarsi?

Io non amo la retorica climatista sulla febbre del pianeta che sale e credo che ci sia molto da discutere sulle priorità delle politiche internazionali. Per esempio, occorre mettere in sicurezza i territori a rischio eventi climatici estremi, seppure questi rischi ci siano sempre stati e non derivino necessariamente dal riscaldamento globale. Occorre sicuramente superare l’inquinamento atmosferico (non solo le emissioni di Co2) nelle città dei Paesi emergenti. Occorre garantire un equo accesso all’energia dei Paesi poveri. Quindi, andare verso fonti di energia rinnovabili e verso un uso razionale dell’energia resta un’evoluzione indispensabile e insopprimibile per le economie avanzate, al proprio interno e verso il resto del mondo.  A questo andamento gli Stati Uniti non potranno sottrarsi. Così come non potrà sottrarsi la Cina. Se non lo deciderà Parigi, lo decideranno i mercati.

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