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Professor Jean-Paul Fitoussi, lei ha più volte definito Emmanuel Macron un suo amico. Ci dice cosa ha in mente il nuovo presidente della Repubblica su governo e politica economica?

Non soltanto Macron è mio amico, ma tutta la sua squadra è composta di economisti con cui lavoro: Philippe Aghion, Jean Pisani-Ferry che era con me a Sciences Po, Gaël Giraud, il suo consigliere macroeconomico Philippe Martin.

C’è tra questi un nome in pole position per diventare ministro dell’Economia?

È difficile immaginarlo perché Macron ha un approccio che vuole essere nuovo: non ha nessun interesse a prendere quelli che sono troppo noti. Io gli ho detto che bisogna fare emergere figure nuove, e ce ne sono tanti molto bravi, non solo quelli che vanno sempre in televisione o sui telegiornali. Se deve cercare un economista bravissimo su due questioni, cioè la disuguaglianza e l’ambiente, c’è François Bourguignon, che era chief economist della Banca Mondiale e poi presidente della École d’économie di Parigi, ma è troppo noto. Per mantenere la sua dinamica di rinnovamento Macron dovrà sceglierne uno di quelli non conosciuti, anche perché per il momento di idee nuove non ce ne sono.

E invece le idee del programma economico di Macron sono nuove?

A dire la verità no, nessuna delle idee del programma è nuova, ma sono idee intelligenti perché fanno un insieme coerente. Ad esempio la riforma del mercato del lavoro, che dovrà dare alle persone una sensazione di maggiore sicurezza, è presa dalla Scandinavia.

Sembrano coerenti anche con quello che aveva iniziato da Ministro dell’Economia. Nel programma c’è ancora la “Loi travail”. Un sondaggio di Odoxa di alcuni anni fa dimostrava che la legge sul lavoro non era poi così disprezzata dai francesi, eppure è stata raccontata come profondamente divisiva, abbiamo visto le manifestazioni in piazza, specie per protestare contro il lavoro serale e domenicale. Lei cosa ne pensa?

Io credo che lui non riprenderà questa legge, ne ha in mente una diversa, che sarà più liberale e più protettiva allo stesso tempo. Faccio un esempio: nella legge sul lavoro Macron propone che tutti abbiano diritto a un’indennità di disoccupazione, che siano lavoratori o no, dunque anche i piccoli commercianti, le piccole imprese e i professionisti godranno di questo sistema, che è fatto per rassicurare tutti ma anche per incentivare a prendere rischi. Si può dire che la nuova legge sarà un misto di misure di destra e di sinistra: ci sarà una copertura sociale più forte, abbasserà i costi del lavoro, non tanto per le imprese ma per aumentare il salario netto.

La famosa “transizione ecologica” a lei non sembra un occhiolino agli elettori di Mélenchon in vista delle elezioni per l’Assemblea Nazionale?

Non credo, adesso la transizione ecologica è dovuta, non c’è un governo al mondo che possa fare altrimenti, forse solo Trump, ma a parte lui perfino i cinesi e gli indiani la faranno. Non occuparsi della transizione energetica ha un effetto di lungo termine sul cambiamento climatico ma anche di breve termine sulla salute della gente: le persone non sopportano questo inquinamento, ci sono disagi come l’asma dei bambini e la difficoltà di respirare dei più anziani. C’è davvero una domanda sociale per una politica sull’energia e sull’ambiente, non è più un tema solo della sinistra. Certo, rimane un vero dilemma: qualche volta bisogna anche sacrificare l’occupazione. Si può fare quando tutto va bene, quando non abbiamo tassi di disoccupazione pazzeschi come oggi, specie per i giovani. Non è facile la scelta a breve termine tra ambiente e disoccupazione, non critico qualcuno che decide di non desertificare una regione per evitare che le industrie se ne vadano. La Francia ha però un vantaggio: è il Paese che inquina meno al mondo, perché la sua energia è tutta basata sul nucleare.

Abbiamo poi visto che nel programma c’è una riduzione delle tasse, specie quelle patrimoniali ma anche una seria riduzione della spesa pubblica.

C’è una riduzione della spesa pubblica di 60 miliardi di euro, che su 5 anni non è formidabile, ma allo stesso tempo c’è un aumento degli investimenti di 50 miliardi, dunque se facciamo i conti su 5 anni la spesa pubblica diminuisce di 10 miliardi, non è una politica di austerità feroce, è una politica che trae vantaggio dal fatto che la crescita sta tornando in Europa e la stagnazione è finita.

Macron ha già detto che le politiche di austerità vanno riviste. Qualcuno ha osservato che anche Renzi ha detto le stesse cose, ma solo per cercare la simpatia degli antieuropeisti. Qual è la vera posizione di Macron?

Quando gli ho portato il mio libro “Il teorema del lampione” lui mi ha detto che non era d’accordo con le mie critiche alle politiche di austerity. Diciamo che Macron ha una posizione di centro: ha capito che con l’austerity si è andati troppo oltre, ma il suo programma economico dimostra che non è per un’assenza di austerità: 50 miliardi di investimenti, 60 miliardi di tagli sulle spese, nel migliore dei casi il budget sarà neutrale, di certo non espansionista. Qualche misura espansionista per i ceti medi e poveri ci sarà, come il taglio dell’IMU o l’abbassamento della tassazione sociale del salario che può creare un aumento netto del salario di 6 punti, che comunque non è male.

Sull’Europa vuole spingere per una politica fiscale unica e un governo dell’economia. Giulio Sapelli su Formiche.net ha scritto che con Macron si avrà in UE più tecnocrazia e meno democrazia. È d’accordo?

No, non è vero. Macron è molto attento all’aspetto non democratico dell’UE. Lui ha capito molto bene che se l’UE continua su questa strada finisce, che per renderla più sostenibile bisogna fare riforme istituzionali e politiche. Il suo metodo però è diverso: non è brutale, ma di discussione, di ricerca del compromesso. Con questo metodo si può arrivare più lontano degli altri capi di governo che hanno alzato la voce, come Tsipras quando insultava il governo tedesco. Anche Renzi è stato molto duro, io l’ho trovato coraggioso, perché se lo sarebbe potuto permettere se avesse avuto i francesi alle spalle, ma Hollande in quel momento non si sapeva dove fosse. Io sono sicuro che la riforma dell’UE ci sarà per tre motivi: in primis perché la Francia e l’Italia, due dei paesi più importanti in Europa, la stanno chiedendo; poi perché la Germania ha imparato molte cose osservando i risultati delle elezioni in Europa, il primo turno delle presidenziali francesi ha dimostrato che c’è una netta maggioranza degli euro-scettici; terzo perché la Germania ha bisogno degli altri stati europei, senza di loro il suo surplus commerciale non sarebbe quello che è oggi.

Alle elezioni tedesche di settembre Macron guarda a Martin Schulz. Se vince il socialdemocratico si può creare un asse franco-tedesco in UE?

Io credo che si creerà anche se vince la Merkel. Martin Schulz lo conosco, è uno bravissimo, con lui, Stiglitz e i socialdemocratici europei abbiamo fondato il movimento della “progressive economy”. Schultz allora era veramente arrabbiato contro la politica tedesca, ora ogni volta che la Merkel fa un passo verso di lui, lui fa lo stesso verso di lei. C’è poca conflittualità politica intorno a quelle elezioni, ma è proprio questo che rende la Germania forte: i mercati potranno dormire tranquilli, non sarà come in Francia.

Vi dico cosa farà il mio amico Macron su lavoro, tasse e spesa pubblica. Parla il prof. Fitoussi

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