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E’ davvero particolare, se non addirittura decisiva, questa prima domenica di maggio del 2017, sia per il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi sia per gli effetti inevitabili sulla politica italiana e sull’indirizzo, in particolare, di quello che, nonostante la scissione subita a sinistra ad opera degli ormai soliti Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, in ordine questa volta non alfabetico ma di forza trainante, rimane il principale partito: il Pd. Di cui Matteo Renzi riassume anche formalmente proprio da oggi la guida.

Il risegretario del Pd può festeggiare l’evento per tre buoni motivi:

1) per essersi guadagnata la rielezione al termine di un percorso congressuale non disertato, come prevedevano e volevano i suoi avversari, riusciti peraltro un po’ a intimidirlo facendogli indicare in un milione di partecipanti il livello per lui già soddisfacente delle primarie. Alle quali invece sono andate quasi il doppio delle persone, anche se meno delle altre volte, ma in una curva discendente che Renzi ha ereditato, non avviato;

2) per insediarsi nel momento in cui i sondaggi hanno riportato in testa il Pd dopo ripetuti e inquietanti sorpassi ad opera del movimento di Beppe Grillo, che è ormai l’antagonista di Renzi, avendo Silvio Berlusconi cessato di esserlo da tempo sia per ragioni anagrafiche, sia perché i già ricordati D’Alema e Bersani hanno, per loro dabbenaggine e per fortuna dei moderati italiani, spostato o maggiormente accreditato il Pd non tanto al centro, come essi dicono con spirito di dileggio, spingendosi a volte anche a parlare spudoratamente persino di destra, quanto al centro-sinistra, col trattino. I due fuoriusciti e compagni lo volevano invece di sinistra-centro. E la storia del centro-sinistra è sicuramente più compatibile con Berlusconi, con tutti i democristiani e i socialisti che lo hanno votato dal 1994, della storia di centro-destra. E ciò almeno da quando il segretario lepen-leghista Matteo Salvini si è forsennatamente proposto uno schieramento di destra-centro.

Non è un caso che proprio in coincidenza con le elezioni presidenziali francesi, prevedendone e augurandosene la sconfitta, Berlusconi si sia lasciato intervistare dalla Stampa per ribadire che lui con la signora d’Oltralpe non ha nulla, ma proprio nulla da spartire, diversamente da Salvini. Che notoriamente e non a caso contende da tempo al presidente di Forza Italia la leadership di una eventuale riedizione del cosiddetto centrodestra e si è orgogliosamente proposto per Palazzo Chigi.

3) per essersi guadagnato, sempre Renzi, lo sdoganamento ormai pieno, diciamo così, da parte di un vecchio e prestigioso punto di riferimento della sinistra come Eugenio Scalfari. Che ne ha appena scritto così nell’abituale appuntamento domenicale con i suoi lettori: “Di leader politici (in Italia) ce ne sono pochi, anzi ce n’è uno soltanto. Ed è Matteo Renzi”. Questa volta l’anziana guida morale della sinistra italiana non ha fatto i rituali omaggi alla riserva della Repubblica, da lui indicata sino al mese scorso in Romano Prodi e Walter Veltroni. Di quest’ultimo, il fondatore di Repubblica si è ricordato solo per auspicarne l’elezione a presidente del Pd, non so francamente fino a che punto contandoci davvero mentre scriveva, quando erano ancora forti le possibilità di conferma dell’uscente Matteo Orfini, che ha fatto anche da garante nella gestione del partito durante il percorso congressuale, o dell’orlandiana Anna Finocchiaro, pur se un po’ ammaccata per come ha appena condotto alla Camera come ministra dei rapporti col Parlamento la modifica della disciplina della legittima difesa. Che Renzi ha disapprovato parlando di un pasticcio da correggere in fretta al Senato, se ci riuscirà o farà in tempo a farlo riapprovare a Montecitorio.

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Nel fare gli elogi di Renzi, che se n’è guadagnato la fiducia soprattutto per essere diventato scalfariano  – si è vantato più volte lo stesso Scalfari – sul versante europeista, sino a sostenere un ministro unico delle Finanze dell’Unione e l’elezione diretta del presidente della commissione di Bruxelles e, insieme, del Consiglio Europeo, il fondatore di Repubblica si è detto convinto che il risegretario del Pd abbia ormai rinunciato davvero alla tentazione delle elezioni anticipate in autunno.

Beh, di questa previsione o auspicio, pur maturato da Scalfari forse parlandone direttamente con Renzi, come ormai gli accade di frequente, a volte anche riferendone ai lettori con compiacimento e dovizia di particolari, non sono del tutto o per niente convinto. Né cambio idea perché di recente è stato lo stesso Renzi a dirsi non interessato alle elezioni anticipate, anche a costo quindi di dover far fare al povero Gentiloni una legge finanziaria del 2018 di tali lacrime e sangue da prenotare una sconfitta elettorale, dopo tutti gli sforzi fatti, e riusciti, di arrestare e invertire i sondaggi a favore dei grillini.

No. Specie se da Bruxelles, dopo la vittoria di Macron in Francia e della Merkel in autunno a Berlino, arrivassero segnali e richieste forti di rigore per la legge finanziaria italiana, penso che Renzi non potrà resistere all’idea di anticipare le elezioni per provvedere alla finanziaria dopo. Nel frattempo egli si sarà adoperato per una qualche “omogeneizzazione”, come chiede Mattarella, delle leggi elettorali che disciplinano diversamente il rinnovo delle due Camere dopo i tagli, per  niente omogenei,  apportati a entrambe dalla Corte Costituzionale.

D’altronde, lo stesso Scalfari – scusatemi se sono pignolo – ha scritto con astuzia della sua convinzione che la legislatura finirà e le Camere saranno sciolte “legalmente”, non ordinariamente. E legali, perfettamente legali, perché previste e disciplinate dalla Costituzione, sarebbero anche una fine anticipata, cioè straordinaria, della legislatura e un conseguente, anch’esso anticipato e straordinario ricorso alle urne.

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Piuttosto, se un ripensamento volessi ottimisticamente vedere, o auspicare, nelle vecchie e più volte ribadite convinzioni di Renzi sarebbe in materia di doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio. Che non gli ha portato bene la prima volta, visto l’esito fallimentare del referendum sulla riforma costituzionale, e potrebbe non portargli bene neppure la prossima volta, se ci riprovasse.

L’inversione dei sondaggi, cioè il recupero del Pd rispetto ai grillini, è il frutto, secondo me, del fatto che il partito e il governo non si sono più identificati l’uno con l’altro. Renzi, per dirla in parole povere, funziona più come segretario del partito che pungola il governo, che è di coalizione, ne riconosce e fa correggere gli errori, che come segretario del partito e insieme presidente del Consiglio, destinato paradossalmente e rovinosamente a non sbagliare mai, però perdendo alle elezioni.

Il fatto, più volte ricordato da Renzi, che all’estero si fa diversamente, cioè si sommano abitualmente le due cariche, deriva solo dalla maggiore semplicità, o minore complessità, dei sistemi elettorali e istituzionali degli altri  rispetto ai nostri.

Perché Matteo Renzi sta gongolando

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