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La settimana della Passione di Cristo è stata inaugurata da un tragico bagno di sangue. L’ennesimo che ha preso di mira la comunità copta egiziana (circa il 10% della popolazione), vittima di due attacchi terroristici nelle chiese di Alessandria e di Tanta.

Una cinquantina i morti, oltre cento i feriti di questi attentati che, come quello avvenuto poco prima di Natale nella più grande chiesa copta del Cairo, sono stati rivendicati dai terroristi dell’autoproclamato Stato islamico.

L’ESPANSIONE DELLA GUERRA CONTRO I MISCREDENTI

Così facendo, i seguaci del Califfo – gli stessi che nel febbraio 2015 avevano seviziato 21 copti egiziani su una spiaggia libica – vogliono mostrare che la guerra contro i miscredenti non solo continua, ma si espande. A confermarlo sono anche i dati. Secondo il più recente report del Tahrir Insitute for Middle East Policy, nell’ultimo quarto del 2016 gli attacchi ai cristiani nel Sinai sono cresciuti in maniera esponenziale.

Ed è anche per questo che da Arish, una delle località della Penisola più colpita da questi eventi di violenza settaria, è iniziato un vero e proprio esodo di famiglie cristiane, scappate in fretta e furia verso località più sicure. Mete non facili da individuare, se si considera che sin dal giorno della strage di Maspero – quando, nell’ottobre 2011, più di venti copti vennero uccisi dalle forze di sicurezza davanti alla sede della televisione pubblica egiziana – i cristiani accusano il governo di non essere in grado di proteggerli.

Accuse che il presidente Abdel Fattah Al-Sisi non solo respinge, ma cerca anche di nascondere. Se a Natale, la televisione nazionale aveva mandato in onda le immagini in diretta dal luogo della strage con una musica di sottofondo che copriva le grida di protesta dei copti, lunedì l’edizione del giornale Al-Bawaba che riportava le critiche dei cristiani al sistema di sicurezza egiziano è stato ritirato dal commercio.

AL-SISI E LE PROMESSE DI SICUREZZA TRADITE

Il duplice attentato di domenica è infatti un colpo grosso ad Al-Sisi e alle sue promesse. Non solo quella di proteggere i cristiani e la chiesa copta – che ha sostenuto il golpe grazie al quale i militari sono tornati al potere –, ma anche quella di garantire sicurezza e stabilità all’intero Paese e alla regione. È con queste promesse che Al-Sisi ha cercato di legittimarsi e accreditarsi agli occhi del mondo, descrivendo il suo Egitto come la pedina stabilizzatrice della regione.

Eppure, se si guarda a quanto sta accadendo lungo il Nilo da quando i militari hanno ripreso il potere, emerge un quadro diverso, ovvero l’immagine di un Paese dove la repressione dell’opposizione, in primis quella di matrice islamista, ha portato a un’escalation di atti di terrore. Gli attacchi di matrice jihadista tradizionalmente concentrati nella penisola del Sinai hanno preso di mira località urbane. Se nel 2013, fuori dal Sinai si erano contati 261 attentati, nel 2016 si è arrivati vicino a quota 700.

Ecco perché molti analisti temono che la situazione egiziana possa degenerare, seguendo ad esempio quanto già avvenuto in Algeria dopo l’intervento militare del 1991. All’epoca, la repressione del fronte islamista risultato vincitore delle elezioni portò allo scoppio di una guerra civile che durò un intero decennio.

IL VIAGGIO DI BERGOGLIO AL CAIRO

Questa evoluzione intimorisce quanti si stanno preparando ad accogliere papa Bergoglio che a fine mese atterrerà al Cairo non solo per incontrare il suo omonimo ortodosso, ma anche per vedere Al-Sisi, uomo che negli ultimi anni ha cercato di descriversi come il Lutero dell’Islam, ovvero il portatore di un pensiero musulmano riformato e mediano, lontano dall’estremismo dell’autoproclamato Stato islamico.

Anche in questo però, Al-Sisi sembra fallire, come mostrano le recenti frizioni tra lui e Al-Azhar, massima autorità dell’Islam sunnita che dopo aver sostenuto l’ascesa del generale, ha recentemente criticato diverse sue decisioni – in primis quella dell’omologazione dei sermoni del venerdì.

Sarà quindi interessante osservare come Papa Bergoglio si inserirà in questo dibattito, direttamente connesso con quello della libertà religiosa e della costruzione dei luoghi di preghiera (moschee e chiese), da sempre questione alla radice di molti scontri settari. Anche se lo scorso anno il governo egiziano ha approvato una storica legge che regola la costruzione delle chiese, sono ancora molti i cristiani che non la ritengono risolutiva.

LO STATO DI EMERGENZA NELL’EPOCA DI AL-SISI

Il viaggio di Papa Bergoglio non è l’unica cosa da tenere d’occhio dopo i recenti attentati. L’evoluzione all’interno del Paese sarà influenzata anche dall’imposizione dello stato di emergenza, annunciato all’indomani della strage dal presidente. Sinai a parte – dove da oltre tre anni lo stato di emergenza viene rinnovato di volta in volta – sarà la prima volta che questo verrà applicato, dopo l’adozione della Costituzione del 2014 che ha limitato i poteri del presidente durante questi periodi eccezionali, introducendo una serie di procedure istituzionali necessarie alla dichiarazione dello stato di emergenza.

Nel giugno 2013, ovvero quando al potere c’era ancora il presidente Mohammed Morsi, la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionali alcuni aspetti della legge sullo stato di emergenza, soprattutto quelli relativi alle prerogative del presidente e ai tribunali speciali creatisi in queste occasioni.

Nei fatti però, fino ad ora queste modifiche sono rimaste solo parole che non hanno trovato applicazione pratica. Sarà quindi interessante vedere come i recenti attentati alla comunità copta influenzeranno, nella prassi, la giurisprudenza egiziana. Solo così si capirà che cosa vuol dire, praticamente, vivere sotto lo stato di emergenza nell’epoca di Al-Sisi.

(Articolo tratto dal sito AffarInternazionali)

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Di Viola Siepelunga

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