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L’elezione di Macron alla Presidenza della Repubblica francese ha suscitato rinnovate speranze di un rilancio della prospettiva europeista, segnando un nuovo punto a favore del processo di integrazione contro la deriva populista. Come ha sottolineato recentemente Romano Prodi, Macron non ha vinto soltanto giovandosi dell’ampia pregiudiziale antilepenista, ma anche in virtù di un chiaro programma valutato dagli elettori e caratterizzato da una netta opzione per l’Europa. Un programma che persegue la crescita, gli investimenti e il contenimento della pressione fiscale, ma prevede anche sensibili tagli di spesa, ai fini di rispettare i parametri europei.

Tra le promesse elettorali e quanto poi un governo si riveli in grado di realizzare si profila sempre una distanza più o meno estesa, ma i contenuti programmatici hanno, comunque, tracciato una netta linea di demarcazione tra due posizioni ben caratterizzate. Non sappiamo ancora se prevarrà un’opzione verso la religione del rigore che caratterizza, sia pure con ragioni rispettabili, il ticket MerkelSchauble, o se verrà perseguita una maggiore flessibilità che favorisca gli investimenti e la crescita.

In questa seconda ipotesi, che riteniamo probabile, date le criticità dei conti pubblici francesi, si potrebbe finalmente realizzare quella sinergia tra l’Italia e i cugini d’oltralpe necessaria a riformare dall’interno l’Unione ed allentare quei rigori eccessivi dei parametri che rappresentino un fattore di rallentamento delle politiche espansive, concorrendo a penalizzare competitività e occupazione nel Vecchio Continente, rispetto agli altri giganti mondiali consolidati o emergenti.

Il quadro politico che si sta formando in Francia e che sarà integrato, nel mese di giugno, con i due turni di elezioni legislative e la conseguente formazione dei nuovi equilibri nell’Assemblea Nazionale – ancora assai incerti, perché è difficile quantificare la forza di una novità assoluta come En Marche!, ora trainato dall’ascesa del suo leader e fondatore alla Presidenza – potrebbe avere sensibili ripercussioni anche sugli scenari di altri paesi europei. La nomina, come Primo Ministro, di Edouard Philippe, proveniente dalle file repubblicane (gollisti, di centro-destra) e seguace di Alain Juppé e la scelta di alcuni ministri di estrazione socialista sembrano confermare l’intento di rompere gli schemi della contrapposizione tradizionale, rivelatosi vincente nelle elezioni presidenziali.

In considerazione dei risultati dei rispettivi candidati (Fillon e Hamon), i due maggiori partiti sono apparsi sensibilmente ridimensionati, soprattutto i socialisti. Le divisioni interne ai repubblicani potrebbero consolidare la forza di attrazione del nuovo movimento di Macron nei confronti dell’elettorato moderato. E questa condizione del tutto nuova potrebbe “sparigliare” completamente lo schema, favorendo il tentativo del giovane presidente neoeletto di aprire una fase di netta discontinuità.

Quanto agli effetti di trascinamento che il quadro posto in essere da Macron potrebbe indurre in altre realtà nazionali, il terreno più sensibile non può non apparire quello italiano, in cui il bipolarismo sembra entrato irreversibilmente in crisi, dopo l’irruzione nella scena politica del ciclone 5 Stelle e la diversificazione sempre più ampia che si avverte, rispettivamente, nel centrodestra, tra la Lega di Salvini e settori di Forza Italia decisamente europeisti (Tajani) e nel centrosinistra, tra la linea di Renzi e le altre sinistre, interne ed esterne al PD. Anche in Italia si avverte l’esigenza di un superamento delle “frontiere” tradizionali, degli schemi consueti che, in queste condizioni, non rispondono più alla realtà delle posizioni politiche e culturali. La contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra, secondo un’impostazione delineatasi in seguito alle riforme elettorali del 1993, potrebbe apparire oggi vagamente artificiosa ed astratta, se le due coalizioni si riproponessero – come talvolta sembrano orientate a fare – nelle composizioni consuete.

Confusione e disaffezione si intensificherebbero nell’elettorato, alimentando ulteriormente l’opzione 5 Stelle. E, allora, Macron potrebbe insegnare qualcosa anche a noi, se, con le elezioni legislative di giugno, trovasse nei nuovi numeri parlamentari un conforto alle proprie scelte di alleanza e, soprattutto, all’intuizione su cui è fondato il suo nuovo movimento. Anche da noi, nell’incertezza dilagante sugli equilibri futuri – le elezioni politiche si svolgeranno a breve e, comunque, non oltre febbraio 2018 -, più ancora della Grande Coalizione, che evoca immagini di consociativismo fin troppo compromissorio, se non pasticciato, sarebbe necessaria una nuova aggregazione che coniugasse l’europeismo, l’impulso alla crescita e agli investimenti produttivi e la solidarietà. Un movimento moderno, che trascenda gli schemi dei due secoli precedenti, mettendo insieme le culture di governo fondate su concezioni democratiche al passo con i tempi e non ancorate agli slogans demagogici o alle facili promesse che assecondino paure e suggestioni non sufficientemente elaborate. Moderati, liberaldemocratici, europeisti, riformisti unitevi !! Il valore e l’efficacia del nuovo corso francese sono ancora tutti da dimostrare, ma l’intuizione appare convincente e potrebbe ispirare anche noi – e non solo noi – nella prospettiva del superamento di storici steccati !! “En Marche !” – è proprio il caso di dire – verso un’Europa più solidale, più unita sui grandi temi (flussi migratori, sicurezza e difesa, in particolare), raccogliendo il monito rivolto, dopo il G7, dalla cancelliera Merkel a “prendere il nostro destino nelle nostre mani”.

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Modello Macron anche in Italia?

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