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Anche se in Germania da tempo non ci si fa più illusioni sul governatore della Banca Centrale Europea, un barlume di speranza si accende comunque ogni qual volta Mario Draghi rilascia comunicazione ufficiali. E così è stato anche questo giovedì. Speranza subito delusa nonostante l’insistere di Jens Weidmann, il governatore tedesco della Bundesbank che i tempi sarebbero maturi per una stretta decisa alla politica monetaria fin qui perseguita: “Alla luce di una ripresa nell’eurozona che si presume robusta e una crescente pressione sui prezzi al consumo, il dibattito su quando il Consiglio della Bce prenderà in considerazione il ritorno alla normalità, è più che mai legittimo”. Draghi però non la pensa così. A suo avviso sarebbe invece, un passo tutt’ora affrettato, l’economia necessita ancora di un sostegno concreto.

Come prevedibile, i media tedeschi hanno accolto la decisione con un certo scetticismo e una dose di mal celata insoddisfazione. Il tabloid Bild Zeitung titolava “Restano tassi di interesse minimi – basta! – Nessuna speranza per i risparmiatori tedeschi”. L’articolo spiegava poi che la Bce proseguirà per tutto il 2017 negli acquisti miliardari di titoli.

Secondo il Handelsblatt il corso di Draghi sempre più distante da quello della collega americana Janet Yellen a capo della Federal Reserve, è più che rischioso. “Sono anni che i risparmiatori tedeschi attendono la fine di questa politica di acquisti illimitati. Ma nulla da fare. Giovedì Draghi ha messo di nuovo la parola fine a mesi di speculazioni su una possibile svolta”. E si che i governatori delle banche centrali europee in marzo avevano già preso in considerazione un cambio di passo, scrive l’agenzia stampa Reuters. “E invece niente, nonostante gli svantaggi che comportano i tassi di interesse pari o sotto a zero, e che sono più che percepibili anche dai clienti… Cresce così l’inquietudine, in particolare tra i risparmiatori tedeschi. Le banche lanciano l’allarme e cercano di scaricare sui clienti gli effetti negativi di questa politica monetaria. Lo fanno aumentando le commissioni e introducendone di nuove. I consulenti del ministro dell’Economia, la socialdemocratica Brigitte Zypres, le hanno recentemente esposto le insidie dell’attuale politica della Bce, e anche il Fondo Monetario Internazionale è dell’avviso che bisogna voltare pagina”.

Una visione a tinte fosche che Carsten Brzeski, capo economista di ING-Diba, ha provato a correggere. E’ vero che da qui a breve la politica della Bce non cambierà sostanzialmente, “questo però non vuol dire che nulla si muove. Anzi sotto la superficie è già cominciato un cambio graduale” lo cita Reuters. La cautela di Draghi va comunque vista anche attraverso la lente dell’inflazione. Questa in febbraio aveva toccato il livello ideale per la Bce, cioè il 2 per cento, in marzo è però di nuovo scesa all’1,5 per cento. Ed è questo uno degli elementi che rendono cauto Draghi, spiega in un articolo il sito online Finanz und Wirtschaft. Ciò nonostante – mette in guardia l’articolo – “sarà sempre più difficile per la Bce giustificare una politica monetaria espansiva. Il programma di acquisto di titoli era stato deciso due anni fa per contrastare le tendenze deflazionistiche. Ma quel rischio non c’è più. E se la ripresa dell’eurozona dovesse proseguire, crescerà inevitabilmente la pressione a cambiare rotta”.

Il quotidiano liberal Frankfurter Allgemeine Zeitung in un articolo di commento alle dichiarazioni di Draghi scrive: “La potenza del dollaro sui mercati finanziari è sempre stata tale da aver permesso alla Federal Reserve di dettare per decenni il corso dei mercati finanziari mondiali. Ed è da questa prospettiva che vanno letti anche i recenti annunci provenienti da Washington e Francoforte. L’idea di non limitarsi ad un aumento dei tassi di interesse, ma di ridurre contemporaneamente anche gli acquisti di titoli prova la volontà della Fed di riaggiustare seriamente la politica monetaria… Un tempo i passi intrapresi dalla Fed venivano seguiti, per quanto con un certo scarto temporale, dalla politica monetaria europea”. E invece giovedì Draghi ha deciso di fare di testa sua. Una decisione che secondo la FAZ sarà difendibile “al massimo fino alle elezioni presidenziali francesi. Perché un economista esperto come lui sa bene di non potersi nascondere in eterno dietro a una politica di cautela”.

Secondo il quotidiano Die Welt il saldo di bilancio di 4 bilioni di euro rischia di trasformare l’eurozona nel bersaglio di Donald Trump. Come si sa, il presidente americano ha intenzione di sottoporre i partner commerciali a un “fairness-check”, un test che alla luce dell’importo su citato potrebbe rivelarsi problematico per l’eurozona.

Infine c’è la reazione del Bundesverband Deutscher Banken, BdB (l’Associazione bancaria tedesca). Il suo direttore Michael Kemmer ha fatto sapere l’altro giorno che, vada come vada, la politica monetaria europea: “L’epoca dei servizi a costo zero non tornerà probabilmente più”. Così riportava il settimanale economico Wirtschaftswoche. Tradotto significa che le banche mettono già le mani avanti e fanno sapere che i maggiori costi applicati in questi anni per compensare i tassi di interesse pari a zero, non scompariranno anche se dovessero risalire gli interessi. In passato accadeva che si bilanciassero lauti profitti con diminuzioni delle commissioni bancarie. Questi tempi non torneranno più. Anche perché, come riporta sempre la Wirtschaftswoche le parole del presidente della BdB, Hans-Walter Peters: “Le banche europee, e tra questa ovviamente anche quelle tedesche, devono aumentare la loro redditività e competitività. Per esempio esplorando nuovi modelli di business nel digitale. E ancora devono farsi trovare preparate alla competizione con un mercato finanziario americano in futuro probabilmente meno regolamentato”.

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