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Doveva essere solo uno dei tanti convegni celebrativi dei 60 anni dai Trattati di Roma. Organizzato dalle fondazioni che portano nel loro nome i padri fondatori d’Europa (De Gasperi, Adenauer e Schuman), aveva come ospite d’onore l’ex presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing. Suo malgrado ha dovuto dare forfait: una caduta alla vigilia, non si sa se per le terribili buche di Roma, lo ha costretto al riposo forzato. Ma anche in sua assenza nella sala Zuccari del Senato è andata in scena giovedì 23 marzo la rappresentazione meno alla moda del momento: una difesa orgogliosa della vecchia Europa e un attacco diretto al cuore dell’euroscetticismo.

Protagonisti due simboli della Ue di questi anni: l’ex cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel, e l’ex commissaria europea lussemburghese (per 15 anni) Viviane Reading. I due sono andati all’attacco di chi grida ai quattro venti solo quel che va male a Bruxelles. “La gente non sa ad esempio che un paese come la Grecia è stato aiutato moltissimo, ha risparmiato 8 miliardi di euro grazie alla politica di bassi tassi di interesse e di questo risparmio non si parla mai”, ha chiosato Schussels ribaltando l’immagine della periferia vessata dal centro a colpi di austerity. Sugli euroscettici e la Grecia è tornato il senatore olandese Ben Knapen. “Qualcuno ha detto che il Fiscal Compact è troppo stringente […]. A casa mia le regole si rispettano o al massimo si cambiano”. La frase ha tutto il sapore di una lancia spezzata verso il connazionale Djisselbloem, presidente dell’Eurogruppo travolto in questi giorni da una bufera mediatica per aver detto in un’intervista che il Sud “spende soldi in alcool e donne”.

Si è aggiunta alla scia d’entusiasmo europeista l’ex commissaria Reading. A suon di percentuali e sondaggi ha cercato di convincere la platea che in verità gli euroconvinti sono in crescita ed è con loro che bisogna stare: “C’è il 35% dei nostri cittadini che pensa che la nostra economia sia disastrosa, il 65 % pensa stia andando bene. Stiamo col 65 o col 35?”.

Il ministro Alfano, al tavolo dei relatori come presidente della Fondazione De Gasperi, non ha perso l’occasione di tirare una stoccata a Matteo Salvini e ai populisti: “Loro si chiamano sovranisti e vogliono farci uscire dall’UE e dall’euro. Con il pessimismo non si è mai creato un posto di lavoro”. Chiudere le frontiere significa bloccare il flusso di informazioni tra i paesi ed essere più esposti e meno sicuri. Per Alfano si deve ripartire dal minimo comun denominatore: la difesa militare. Le minacce oggi arrivano dal Sud e bisogna riprendere in mano il sogno della CED (Comunità Europea di Difesa) che De Gasperi in fin di vita aveva visto sfumare via, perché per proteggerci “non possiamo più chiedere tutto alla NATO”.

Meno politico e più toccante l’intervento iniziale di Maria Romana De Gasperi, figlia primogenita e segretaria personale di Alcide De Gasperi durante il primo dopoguerra. “Di solito vengo chiamata per fare coraggio, perché vengo da un uomo che di coraggio ne aveva moltissimo”. La De Gasperi ha invitato a non dare per scontato quello che l’UE ci è riuscita a garantire e che quando lei era giovane sembrava pura fantasia: “oggi i giovani viaggiano in Europa, si scambiano esperienze, parlano le lingue in libertà”. Una torta portata al pranzo coi relatori dai ragazzi della sua Fondazione ha voluto festeggiare i suoi 94 anni compiuti domenica scorsa.

Al Senato gli europeisti ripartono dai padri fondatori

Di Francesco Bechis

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