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Nella sua formulazione più semplicistica, lo Stato è formato da persone e territori che si aggregano con l’obiettivo di perseguire degli interessi generali e per questa ragione contribuiscono attivamente al suo sostentamento attraverso il sistema delle finanze pubbliche.

Lo Stato, in qualunque forma esso si manifesti, provvede quindi a gestire i territori e le persone in modo da perseguire condizioni generali migliori rispetto a quanto sarebbe possibile in assenza di tale organizzazione.

Nel corso dei secoli, sono state assunte differenti forme di governo, alcune delle quali tuttora sopravvivono. Ciò dimostra che l’organizzazione di uno Stato, le sue funzioni e i suoi funzionamenti non rappresentano una scienza esatta, ma sono il riflesso di una cultura, di un credo, e in molti casi, il risultato di battaglie che i cittadini hanno condotto nel tempo.

Il perimetro delle competenze dello Stato, e delle sue articolazioni, è da sempre fonte di dibattito, anche nel nostro Paese. C’è chi interpreta lo Stato come soggetto che interviene anche nella vita economica di un Paese, chi invece ritiene sia più corretto attribuire a tale organizzazione un ruolo di regolatore generale.

Nel nostro Paese, ad esempio, lo Stato ha assunto per lungo tempo un approccio interventista all’interno dell’economia. Condizione che è stata poi mitigata dal processo di liberalizzazione, che ha visto la progressiva dismissione di enti statali operare all’interno dell’economia a favore di soggetti privati, almeno sulla carta.

Oggi è frequente, ad esempio, che il settore pubblico operi attivamente nell’economia attraverso soggetti privati: è un fenomeno pienamente osservabile nelle multiutilities, nella cultura, nelle banche, ma è anche osservabile in una grande molteplicità di settori, più o meno legati alla concreta erogazione di servizi rivolti alla totalità della popolazione.

Per dare un’idea di grandezza: secondo quanto riportato dal dossier della Camera dei Deputati relativo alle partecipazioni pubbliche pubblicato ad ottobre 2025, i dati Istat, riferiti all’anno 2022, contavano 8.250 unità economiche partecipate.

A fronte di tale impegno costante nell’economia, lo Stato risulta quindi pienamente partecipe della vita economica del Paese, anche se tale partecipazione è condotta attraverso le regole del diritto privato.

Queste partecipazioni hanno da un lato l’obiettivo di sostenere lo sviluppo di alcuni settori, dall’altro, però generano anche maggiori entrate per la finanza pubblica, che così dispone di strumenti necessari anche per l’erogazione di aiuti ordinari o straordinari nei riguardi di imprese, o di singoli cittadini.

Il tema degli aiuti, dei bonus, o di qualsiasi altra forma di erogazione pubblica a vantaggio dei cittadini è divenuta, negli ultimi anni, una delle principali tematiche di dibattito, sia in ambito pubblico e governativo, sia nella vita delle persone.

Misure come il sostegno alla disoccupazione, come il reddito di cittadinanza, o gli aiuti erogati in forma diretta indiretta durante gli anni del COVID fino ad arrivare ai bonus e alle agevolazioni per il rinnovo delle proprietà immobiliari, hanno acquistato sempre più rilevanza nella vita economica del Paese.

Anche in ambito più specialistico, tale partecipazione è stata discussa soprattutto nelle sue componenti più tecniche, analizzandone il grado d’efficienza, e di equità sociale, con risultati, purtroppo, mai univoci, che riflettono talvolta un approccio fazioso a tematiche che più che riguardare il singolo partito o la singola afferenza politica, riguardano il concetto stesso di Stato, entro il quale siamo tutti coinvolti.

In questo contesto, però, sono stati in pochi a sollevare il dibattito su quanto sia realmente corretto sia lo Stato ad assumere un ruolo di questo tipo, o se invece, alcuni bonus, o sussidi, potrebbero essere sostituiti da altri tipi di intervento, erogati da soggetti non direttamente pubblici.

La differenza è di concetto, ma anche pragmatica. Nelle forme attuali lo Stato eroga tali aiuti (che non si chiamano così per regole specifiche, ma che sono tali nella sostanza) utilizzando risorse che appartengono a tutti i cittadini.

Condizione che, logicamente, non presenta alcuna distorsione nel caso in cui le entrate erariali fossero utilizzate per attività “pubbliche” e non per benefici che potrebbero essere ugualmente ottenuti in modo diverso dai cittadini.

Il Superbonus può essere una buona tematica di riflessione, che senza entrare nel dibattito che appartiene più alla cronaca, può fornire un metro che misura differenti approcci culturali nei confronti di tematiche simili.

Poco più di un secolo fa, ad esempio, a seguito di un terremoto molto importante che aveva distrutto molte abitazioni e sedi industriali, un allora piccolo banchiere italiano, decise di fornire il proprio sostegno erogando prestiti alla propria comunità di riferimento. Quel piccolo banchiere italiano era Amedeo Giannini, e da lì a qualche decennio, sarebbe stato uno dei fondatori della Bank of America.

Una condizione del tutto differente da quella del Superbonus, che invece ha coinvolto in modo importante le finanze pubbliche, sia direttamente che indirettamente.

Ritornando dunque alla riflessione principale: è corretto che alcuni sostegni vengano forniti dalla totalità della popolazione o sarebbe più equo ambire ad una maggiore dinamicità del settore bancario o di altri soggetti privati, realmente privati?

La risposta è chiaramente molto complessa da fornire, ma senza dubbio l’insieme degli aiuti diretti o di benefici fiscali ha assunto negli ultimi anni un ruolo incisivo.

Nella cultura, ad esempio, ogni anno sostiene organizzazioni pubbliche e private, che senza il sostegno pubblico probabilmente cesserebbero di esistere. Tale condizione però non è sostenibile nel lungo periodo, ed è importante stimolare anche una differente tipologia di partecipazione collettiva e volontaria, che si fondi sulla possibilità di percepire dei vantaggi differenti da un beneficio fiscale.

Si tratta di un esempio calzante: la cultura è un servizio essenziale, e in quanto tale è corretto l’intervento pubblico. Ciò però non implica che tutte le organizzazioni siano meritevoli di effettivo sostegno, condizione già ampiamente accettata per mezzo di graduatorie e strumenti analoghi.

Accanto a tali azioni, però, sarebbe forse corretto iniziare a riflettere su una presenza più importante di altri segmenti dell’economia, a cominciare dal sistema bancario (non le fondazioni, ma gli istituti di credito), fino ad arrivare agli imprenditori e ai singoli cittadini.

Ridurre in questo modo l’esposizione delle risorse pubbliche ad erogazioni, sostituite da altri flussi di entrate per le organizzazioni culturali, così da ridurre gli impegni di spesa pubblici e di conseguenza l’aggravio che le condizioni economiche del nostro Paese riversano sulle dimensioni contributive di tutti i cittadini.

Aumentare la partecipazione privata può essere davvero un sostegno all’economia.

Questo, ovviamente, in linea di principio. Perché la gestione della cosa pubblica nella nostra Italia ha raramente rappresentato un modello di equità e di efficienza.

Se invece ci fosse un programma con cui il nostro Paese si assume realmente la responsabilità di definire un percorso di riduzione degli strumenti di entrata, a fronte di una maggiore partecipazione collettiva ad alcune spese, e se il nostro Paese mostrasse realmente di essere in grado di rispettare tale impegno, senza cercare sotterfugi e capri espiatori di turno, si potrebbe probabilmente pervenire ad un migliore equilibrio. Lasciando che lo Stato intervenga dove è necessario. Non dove è comodo.

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