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Con una solenne cerimonia nell’Aula del Senato, ieri è stato celebrato il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis (28 marzo 1817, Morra Irpina). Nel 1967 ero studente dell’università La Sapienza (Facoltà di lettere, corso di laurea in filosofia). Quell’anno sostenni l’esame di Italiano con  Natalino Sapegno e Alberto Asor Rosa (allora suo giovane assistente) (nella foto). Purtroppo, sulla Divina Commedia zoppicai penosamente (l’interrogazione si svolgeva su un testo muto, cioè senza note e senza indicazione dei Canti, che bisognava saper riconoscere e commentare). Andò invece meglio sulla Storia della letteratura italiana del grande discepolo di Basilio Puoti.

Preparandomi per l’interrogazione, mi aveva colpito la forza con cui De Sanctis sosteneva il significato etico-politico della sua opera e il valore ideale attribuito al suo lavoro di critico militante nella costruzione dello Stato e dell’identità nazionale: “Io mi sono trovato spesso al potere senza saperlo e senza volerlo; e mi ricordo che, quando io in Firenze scrivevo la mia Storia della letteratura, mi fu due volte offerto il potere: la prima volta dal Lanza, la seconda volta dal Rattazzi, ed io dissi: No, ho una missione a compiere; mi è più caro rimanere in questi studi; e credo che ne sia uscito qualcosa di più interessante che tutti i Ministeri”.

Mi aveva inoltre colpito come il purista di un tempo avesse saputo comprendere prima di tanti che Galileo, Bacone, Cartesio “sono i veri padri del mondo moderno, la coscienza della nuova scienza”. Questo convincimento avrebbe allineato la coscienza italiana e i suoi costumi alla civiltà europea contemporanea, permettendo, finalmente, la realizzazione di quella Bildung la cui assenza, fin dal Rinascimento, aveva segnato la separazione della cultura dall’educazione, generando la nostra decadenza e servitù nazionale. Niente male, pensai, alla vigilia di un’epoca (il Sessantotto) che si annunciava all’insegna della contestazione di ogni sapere condiviso.

Più tardi sono tornato a riflettere sulla figura di De Sanctis e, dopo aver ascoltato in diretta da Palazzo Madama le sue rievocazioni (tra gli altri, di Pietro Grasso, Valeria Fedeli, Eugenio Scalfari, Giorgio Ficara), sono andato a rileggermi quanto ha scritto proprio Asor Rosa nel nono volume della einaudiana Storia d’Italia (L’idea e la cosa: De Sanctis e l’hegelismo, pp. 850-878). Nelle sue pagine, il mio vecchio professore mette in evidenza un aspetto del pensiero desanctisiano forse un po’ trascurato, e che, come si suol dire, è di bruciante attualità.

De Sanctis, infatti, si rendeva ben conto che solo l’accettazione di un programma riformatore avrebbe consentito di salvare il nucleo dell’eredità risorgimentale, facendone l’ideologia di tutto il nuovo Stato unitario; e che solo battendosi a fondo contro tutte le incrostazioni reazionarie, non solo nelle istituzioni, ma nel costume e nella vita civile si sarebbe conquistato lo “spirito del popolo”. Da queste preoccupazioni hanno origine anche le grandi battaglie politiche da lui condotte come parlamentare per la modernizzazione del sistema rappresentativo uscito dall’Unità: per la creazione, cioè, di due grandi partiti costituzionali all’inglese, che costituissero una chiara maggioranza conservatrice-liberale e una chiara opposizione democratico-legalitaria, per arginare non solo tutti i regionalismi e provincialismi, ogni particolarismo e clientelismo, ma in primo luogo per la formazione ideale e intellettuale di un classe dirigente capace di guidare i ceti popolari  senza cedere alla tentazione della demagogia.

Un progetto, tuttavia, che non intendeva alterare il quadro sociale a cui faceva riferimento. Nel 1878 (quando è ministro del governo “democratico” di Benedetto Cairoli), De Sanctis scrive: “Non ci è dubbio che le masse sono il maggior numero, e che interpretando il sistema rappresentativo letteralmente, il governo spetterebbe a loro. E come le masse sono la parte infima, non solo per posizione sociale, ma per istruzione e moralità, verrebbe questa conseguenza strana, che il governo spetterebbe ai meno degni […] (Le forze dirigenti, in I partiti e l’educazione della nuova Italia, Einaudi, 1970).

Un paternalismo illuminato, quello di De Sanctis? Certamente. Ma come ha sottolineato Asor Rosa, non c’è niente di scandaloso nell’osservare che egli presenta come orientata a sinistra una cultura sostanzialmente di destra; ovvero, se questi termini significano qualcosa, di “aver praticato con animo giacobino una cultura di spiriti e idealità fondamentalmente conservativi”. Del resto, nel tempo presente non sono forse mancati i leader politici che nel nostro Paese hanno tentato di realizzare operazioni analoghe? I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Almeno De Sanctis, espressione della classe che aveva fatto il Risorgimento (la borghesia), aveva fortissimo il senso della sua missione storica, ossia quello di costruire un ethos della nazione capace di superare le proprie secolari debolezze e di lottare contro i propri antichi vizi. Una differenza con l’oggi non da poco.

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