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Rimastosene educatamente zitto, oltre che assente dalla festa capitolina del sessantesimo compleanno dei trattati europei, per non sovrapporsi -ha detto- all’amico e presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, essendo tutta sua “la giornata” come padrone di casa, Matteo Renzi è tornato a farsi sentire alla propria maniera. Cioè, rilanciando l’insoddisfazione per la troppa austerità praticata nel vecchio continente negli ultimi anni, a spese della ripresa economica: l’opposto di quanto fatto dall’allora presidente Obama negli Stati Uniti. Ed ha avvertito che è ora di finirla a dire che l’Europa ci chiede questo o quello, magari più tasse, perché è arrivato invece il momento che a Bruxelles imparino a dire che è Roma a chiedere più flessibilità e meno regole, specie quando queste sono definite “stupide” anche da uno come l’ex presidente della Commissione comunitaria Romano Prodi.

La polemica di Renzi con i suoi ex colleghi degli ultimi vertici europei si riflette anche nei rapporti con alcuni ministri, in particolare quelli del Tesoro e dello Sviluppo Economico, Pietro Carlo Padoan e Carlo Calenda, più sensibili al rigore reclamato  a Bruxelles, anche a costo di usare la leva del fisco.

La sortita renziana più esplicita contro i due esponenti tecnici del governo è venuta dalla vice di Calenda, Teresa Bellanova. Che ha rivendicato il primato della politica nelle scelte che attendono a breve l’esecutivo per la manovra di aggiustamento dei conti italiani chiesta dalla commissione europea entro aprile, in coincidenza con le primarie congressuali del Pd. Che non sono certamente per Renzi, il segretario uscente e ormai rientrante del maggiore partito di governo, la circostanza più adatta a frenarlo sulla strada della polemica. Non a caso egli si è vantato di avere cominciato a fare “un po’ il matto” nei rapporti con i soci europei nei suoi anni a Palazzo Chigi, col sottinteso che riprenderà a farlo se gli dovesse capitare di tornarvi, o di condizionare il governo di turno, come d’altronde spera di fare con quello in carica.

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Ad una settimana dalla conclusione della fase delle primarie limitata agli iscritti agli oltre 6300 circoli del Pd, Renzi vanta di avere raccolto il 64 per cento dei voti, contro il 29 del concorrente e ministro della Giustizia Andrea Orlando, sostenuto adesso nella corsa anche dall’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Quasi non pervenuto sarebbe invece il risultato del governatore pugliese Michele Emiliano, che pensa di rifarsi nelle primarie alle quali potranno partecipare i non iscritti, fra i quali  egli ritiene di essere più popolare, specie al Sud.

Tanto Emiliano – al quale non viene mai nessun dubbio sulla ricaduta negativa che può avere il suo doppio ruolo di candidato alla segreteria, oltre che governatore regionale, e di magistrato in aspettativa che continua però  a maturare pensione e carriera- quanto Orlando hanno rimproverato a Renzi una scarsa partecipazione degli iscritti alle votazioni nei circoli come prova della crisi disaffettiva provocata dalla sua gestione del partito.  E già sfociata nella scissione a sinistra di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, ora, del Dp. Che è la sigla rovesciata del Pd.

Ma i dati portati da Renzi sembrano smentire la rappresentazione dei suoi avversari e concorrenti, rivelando un’affluenza del 61 per cento, contro il 55 delle analoghe primarie del 2013: quelle della sua irresistibile scalata alla guida del partito.

Di dispute sui dati provvisori delle campagne congressuali se ne sono avute sempre nella storia dei partiti, anche di quelli della cosiddetta prima Repubblica, per cui conviene a questo punto aspettare la conclusione delle operazioni di voto fra gli iscritti per farsi un’idea precisa sullo stato delle cose piddine.

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A destra del Pd non ci sono congressi da seguire, ma solo le solite cronache degli incontri, delle telefonate, compresa quella che si sarebbero appena scambiati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, delle manovre locali, specie ora che si preparano le liste per le elezioni amministrative dell’11 giugno, per quanto non ancora fissate formalmente, e delle manifestazioni. Fra le quali ci sarà il primo giorno di aprile quella del movimento fondato da Stefano Parisi, caparbio abbastanza per non arrendersi al colpo infertogli da Berlusconi. Che prima lo mise in pista, l’anno scorso, per riorganizzare insieme Forza Italia e il centrodestra, e poi lo esonerò con una semplice dichiarazione per essersi scontrato troppo con la Lega. E ciò peraltro senza che Berlusconi riuscisse poi a sottrarsi alla polemica con Salvini, alimentata anche con incontri e offerte di candidature da indipendente nelle liste di Forza Italia a Umberto Bossi, contestatore a viso aperto della linea lepenista del suo successore alla guida del Carroccio.

Proprio la linea lepenista ha appena indotto Salvini a condividere la forte repressione del dissenso avvenuta a Mosca, dove la candidata all’Eliseo Marine Le Pen ha preferito recarsi in visita da Putin proprio mentre a Roma il presidente uscente della Repubblica francese partecipava alle celebrazioni dei 60 anni dei trattati europei.

Compiacersi degli oltre 600 arresti eseguiti in un giorno nella capitale russa, fra i quali quello dell’ormai notissimo blogger Aleksej Navalny, non è proprio il massimo per un segretario di partito in Italia. Nè potrebbe risultare il massimo la stessa visita di Marine Le Pen da Putin in vista delle elezioni presidenziali francesi.

Una sconfitta lepenista in Francia sarebbe un durissimo colpo anche per Salvini in Italia, dove il segretario della Lega contende a Berlusconi la leadership di un’eventuale riedizione del centrodestra.

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