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L’immensa arte moderna dell’artista catalano ristretta in un antico palazzo barocco.

Non mi ha convinto la mostra  MIRó! Sogno e colore, a Palazzo Albergati di Bologna. Sarà perché andataci di proposito con viaggio treno A/R da Roma a Bologna (c’è anche una promozione di Trenitalia a questo proposito!), o forse per le troppe aspettative.

Juan Mirò

La mostra su Juan Mirò non è un antologica (e questo lo sapevo già) e non è neanche una piccola mostra, ma è decisamente troppo “riduttiva” con le opere limitate all’ultimo venti-trentennio del grande artista. La mia delusione non è data dal “ridotto” numero di opere esposte (in confronto ai grandi quantitativi prodotti dall’artista) ma dalla mancata intenzione di rendere omaggio ad un artista così poliedrico nel suo percorso artistico. Essendo un’esposizione della fondazione Mirò immaginavo una panoramica più ampia del grande maestro. Qui di Mirò non è rappresentata la varietà di sfaccettature della sua creatività. Inoltre è assente tutto il suo percorso di maturazione che l’ha portato, nella sua lunga vita, ad interpretare e rileggere, sfiorandole sempre trasversalmente, le varie correnti artistiche del ventesimo secolo (dal Dadaismo al Surrealismo o Espressionismo) imponendo il suo segno vigoroso ed infantile, originale e mai banale.

Da appassionata e studiosa delle avanguardie del novecento (soprattutto nell’immenso magma della storia dell’arte) trovo che una mostra così non serva né a far conoscere l’autore Juan Mirò a chi lo vuole conoscere o studiare, né può aiutare ad approfondire a chi lo conosce già bene. Ritengo che il punto di forza della fondazione sia anche la sua sede espositiva originaria, fortemente legata al territorio ed alla cultura del personaggio. Ma qui, nel seppur bel palazzo storico nobiliare della città di Bologna, non si respira l’arte di Mirò, non ci si emoziona, non si vive l’atmosfera dalla quale invece bisognerebbe sentirsi invasi.

Palazzo Albergati  è un originale edificio storico del 1600 le cui forme architettoniche sono tra le più importanti del Barocco Europeo. Inoltre è situato non lontano dal centro della città di Bologna e si presta sicuramente bene ad ospitare rassegne artistiche. Ma non è idoneo in questo caso dove, anche se le opere esposte sono state selezionate nel modo più esaustivo possibile dalla Fondazione Pilar, il palazzo non può rappresentare (o addirittura sostituire) la sede originale del suo studio. Il luogo dove l’artista lavorava (ora sede della Fondazione), era protetto dal silenzio e dalla pace che solo la natura poteva offrirgli: un enorme edificio bianco inondato di luce e sospeso nel verde dell’isola di Palma di Maiorca. Basta questo per leggere la difficoltà di rappresentare il percorso dell’ultimo periodo creativo della maturità artistica di Juan Mirò, dove sprigiona tutta l’energia di cui beneficiava proprio grazie alla “natura” e lo spazio vissuta quotidianamente.

Juan Mirò

Avrei proprio per questo proposto un hangar, un loft, uno spazio industriale per allestire la mostra in grandi aree e dalle grandi finestre proprio com’è la location originale al fine di esaltare con l’intensità della luce il colore delle opere di Juan Mirò.

 

Juan Mirò

Ho apprezzato comunque l’intenzione di ricreare lo studio di Juan Mirò con pennelli, tavolozze e attrezzi del mestiere disposti come li aveva lasciati fino all’ultimo suo giorno di pittura, e mi sono lasciata coinvolgere ed avvolgere dalle sue tele, iniziando a vivere la mostra rileggendo le sue frasi, (che qui vi riporto) che ancor più dei suoi segni ci introducono nella sua arte:

“Il pittore lavora come il poeta:

prima viene la parola,

poi il pensiero”.

Il suo codice segnico e coloristico, permeato dalle varie influenze artistiche così come dal fascino del giapponismo (che coinvolse la gran parte degli artisti del novecento) trovava vita e nuova forma anche attravso l’Oriente:

“Ero affascinato dai calligrafi giapponesi.

E considero la mia pittura sempre più gestuale”.

Il genio spagnolo che con la sua opera lasciò un segno inconfondibile nell’ambito delle diverse avanguardie europee, dominava la scena grazie alla sua “semplice” e limpida visione del mondo:

“Il mio studio è come un orto.

Io sono il giardiniere”.

Nulla di più trasgressivo, anticonformista e selvaggio come questa citazione. Ecco che così l’anima contemplativa e poetica di Juan Mirò tracciava un indissolubile legame tra sogno e colore. E proprio come viene presentato nel comunicato stampa, qui la sua opera viene illustrata con la sua interiorità e il modo di pensare, dal profondo attaccamento alle sue radici e identità, affiancati e supportati dalla continua ricerca di novità:

“Mi sforzo di raggiungere il massimo della chiarezza,

Della potenza e dell’aggressività plastica, cioè di provocare per prima cosa una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima”.

L’artista catalano che è riuscito per tutta la vita a sfuggire la banalità ed il convenzionalismo, riusciva a dar vita ad un linguaggio artistico universale, ma allo stesso tempo unico e personale, racchiuso in queste poche righe:

“Le forme germogliano e mutano.

Si interscambiano e così creano la realtà di un universo di segni e di simboli..”

Juan Mirò

INFO sulla mostra:

  • MIRó! Sogno e colore
  • Palazzo Albergati dall’11 aprile al 17 settembre
  • Fondazione Pilar e Joan Miro di Maiorca
  • Direzione artistica di Francisco Copado Carralero
  • Curatore scientifico Pilar Baos Rodríguez.
Juan Mirò

Juan Mirò sogno e colore lontano da Maiorca

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