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Ha pienamente ragione il Presidente emerito Giorgio Napolitano, annunciando il proprio Sì al referendum, a denunciare il clima aberrante creatosi in queste settimane nel Paese che – ha poi voluto sottolineare con assoluta chiarezza – non è chiamato a giudicare l’operato del Governo perché ciò avverrà con le elezioni politiche del 2018.

Un’affermazione quest’ultima dell’autorevole statista che, a ben vedere, potrebbe essere indirizzata a diversi destinatari, il primo dei quali, a nostro avviso, è proprio Renzi cui il Presidente emerito sembra voler suggerire, qualora vincesse il No, comportamenti molto cauti, doverosamente attenti al quadro politico complessivo e ai possibili risvolti economici sul piano interno e internazionale.

In caso di sconfitta del Sì, linearità e limpidezza di condotta vorrebbero che Renzi convocasse il Consiglio dei Ministri per ascoltare una sua approfondita valutazione della situazione venutasi a creare. Subito dopo, dovrebbe far convocare dai due Presidenti i gruppi parlamentari di Camera e Senato e in quella sede sentire i loro orientamenti. Naturalmente, facendo parte di una coalizione, correttezza imporrebbe che si ascoltassero anche gli altri gruppi parlamentari della maggioranza. Come segretario del PD Renzi dovrebbe poi convocare ad horas la direzione del partito e valutare con i suoi componenti l’accaduto e il da farsi.

Insomma, sembra voler dire implicitamente il Presidente Napolitano, nessun colpo di teatro da parte di Renzi, nessuna drammatizzazione, con annuncio di sue dimissioni da comunicare al Quirinale, e senza che tutti i soggetti in causa – Governo, gruppi parlamentari, coalizione – siano interpellati e coinvolti nelle decisioni.

E il secondo destinatario delle parole di Napolitano potrebbe essere il suo successore Sergio Mattarella, ma non perché questi abbia bisogno di particolari suggerimenti su come comportarsi in presenza di possibili dimissioni da parte di Renzi – data anche la caratura di autorevole professore di Diritto costituzionale dell’attuale Capo dello Stato – ma solo per alludere a come si comporterebbe, lui, Napolitano di fronte ad eventuali dimissioni di Renzi. Non essendosi votato il 4 dicembre sull’attività del Governo, coerenza vorrebbe che lo si rimandasse alle Camere per verificare se in esse conservi o meno la maggioranza.

Ma poi – al di là di queste pur corrette e doverose procedure costituzionali che indicano con chiarezza come comportarsi a tutti i soggetti in campo – è appena il caso di far osservare che il Governo Renzi nei suoi mille giorni ha varato una tale mole di provvedimenti che molti di essi attendono o di essere definitivamente approvati in Parlamento, o completati con i regolamenti di attuazione, o portati innanzi operativamente con la massima determinazione.

A parte la legge di bilancio che dal 5 dicembre deve pur essere approvata – in primo luogo dalla maggioranza che l’ha proposta, senza stravolgimenti nei suoi criteri ispiratori che coniugano sviluppo economico e giustizia sociale – basterebbe citare almeno altri quattro provvedimenti governativi e l’ampiezza dei loro beneficiari per comprendere come sarebbero del tutto incomprensibili e catastrofiche le dimissioni dell’esecutivo guidato da Renzi. Ci riferiamo alla ricostruzione post terremoto e al grande programma Casa Italia che sono alle loro primissime misure, al programma industria 4.0 – che dovrà segnare l’uscita definitiva di buona parte dell’industria italiana dagli effetti di lungo periodo della recessione – ai Patti con le Regioni e le Città metropolitane, soprattutto con quelle del Sud, e agli interventi per il Gruppo Ilva, che proprio nelle prossime settimane dovrebbe compiere alcuni passi in avanti verso la vendita ad una delle due cordate in lizza per acquistarlo.

Ma, insomma, veramente qualcuno pensa che si potrebbe traumaticamente interrompere, fra gli altri, il grande, impegnativo e silenzioso lavoro del Sottosegretario Claudio De Vincenti sull’Ilva e i Patti per il Sud, o il fortissimo impegno del Viceministro Teresa Bellanova sui tanti tavoli di crisi aperti al Ministero dello sviluppo economico, o l’imponente lavoro del Ministro Delrio che, fra le tante sue attività, sta portando a termine l’atteso riordino della portualità italiana, rilanciando i cantieri delle grandi opere e perseguendo la cura del ferro per il trasporto merci e passeggeri nel nostro Paese?

E poi Renzi non aveva detto che entro l’anno avrebbe inaugurato la Salerrno-Reggio Calabria? E allora, con i tanti impegni già calendarizzati, come potrebbe dimettersi senza averne discusso a fondo con il suo partito, con i suoi alleati e con i gruppi parlamentari, e soprattutto senza ascoltare i saggi consigli del Presidente Mattarella e del Presidente emerito Giorgio Napolitano?

Ma se di fronte alle emergenze del Paese alcuni o molti parlamentari della maggioranza gli togliessero la fiducia, sino a causarne la caduta, costoro andrebbero additati all’opinione pubblica come irresponsabili. Senza se e senza ma.

Federico Pirro Università di Bari

Ecco le conseguenze delle dimissioni di Renzi da premier in caso di vittoria del No al referendum

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