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Come nei fuochi artificiali che chiudono le feste patronali nei paesi della grande Provincia italiana – Provincia con la maiuscola, da non confondere con quelle in via di soppressione perché costano troppo e sono superate dalle regioni e dalle città metropolitane – la campagna referendaria si è chiusa col botto. Il classico botto che manda tutti a casa: nel nostro caso alle urne, dove si sta per decidere la sorte della riforma costituzionale faticosamente approvata dal Parlamento. E probabilmente anche la sorte del governo di Matteo Renzi: almeno di quello che ha appena festeggiato i suoi mille giorni di vita salendo nei piani alti di una classifica piena, nella storia della Repubblica italiana, di governi annuali e persino stagionali.

Il botto finale non lo ha sparato però Renzi, che pure è considerato il protagonista della campagna referendaria per il primato conquistatosi nelle piazze e nei salotti televisivi: presente ovunque e comunque, come gli rimproverò in un duello televisivo, e quasi rusticano, il vecchio e mai domo Ciriaco De Mita. Al quale il giovane presidente del Consiglio aveva fatto perdere letteralmente le staffe rinfacciandogli di avere cambiato partito, alla sua tarda età, solo perché gli era stata rifiutata l’ennesima ricandidatura al Parlamento.

E’ stato invece Silvio Berlusconi a volere sparare il botto finale, sorprendendo davvero tutti, forse anche se stesso. Già, perché al presidente di Forza Italia capita anche di sorprendersi, e poi di correre a correggersi o a smentirsi, magari accusando gli altri di averlo frainteso o di non avergli lasciato davanti alla telecamera o al microfono di turno tutto il tempo necessario ad esprimere compiutamente il suo pensiero. Lo ha fatto di recente con la povera Bianca Berlinguer, che per fargli far presto, incalzandolo per la sua mezz’ora televisiva che stava scadendo, lo ha spinto a rimangiarsi un precedente annuncio per dire che deciderà solo dopo il referendum se ritirarsi dalla politica o rimanervi.

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Il botto finale di Berlusconi è consistito nell’intimazione a Renzi di dimettersi e di tornare a casa, ma davvero, se dovesse uscire sconfitto dalle urne referendarie. “La parola è sacra”, ha sentenziato l’ex Cavaliere ricordando la promessa effettivamente fatta da Renzi, e poi non ripetuta, di tornarsene appunto a casa se sconfitto sulla riforma costituzionale. Ma soprattutto dimenticando –sempre l’ex Cavaliere- la qualifica da lui stesso recentemente assegnata a Renzi di ”unico leader rimasto in campo” in Italia, nonché l’invito rivoltogli, sotto forma di auspicio o di previsione, a restare al suo posto per trattare insieme, in caso di bocciatura della riforma, una nuova legge elettorale, possibilmente proporzionale. Ciò anche a costo di provocare le dure reazioni comiziali del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, smaniosi di liberarsi dell’ex sindaco di Firenze e pronti ad andare alle elezioni anticipate, anche con le norme che ci sono.

Perché Berlusconi ha voluto cambiare registro ed allinearsi a Salvini non dico nel reclamare elezioni anticipate anche con le norme attuali, ma nel tagliare la testa a Renzi e predisporsi, magari, a trattare con altri la riforma elettorale? La risposta è nella domanda: per allinearsi a Salvini, o per ridurre le distanze che lo hanno separato nella campagna referendaria dal segretario della Lega.

Ormai Berlusconi è ossessionato dalla concorrenza che Salvini gli fa da destra per assumere la guida di un nuovo rassemblement di cosiddetti moderati, come l’ex Cavaliere francesizzando usa chiamare le alleanze elettorali. Moderati, poi, che si stenta onestamente a riconoscere fra gli elettori e i militanti della Lega, ma persino di Forza Italia, se Berlusconi accetta di fare parlare a loro nome anche uno come il capogruppo della Camera Renato Brunetta.

Non avrei mai immaginato, francamente, che l’ex presidente del Consiglio potesse arrivare ad avere tanta paura di Salvini, anche se un segnale chiaro in questa direzione era venuto con l’improvvisa detronizzazione del povero Stefano Parisi da “federatore”, e non so che altro, di una nuova edizione di quello che fu il centrodestra. Una detronizzazione pubblicamente motivata con l’imprudenza avuta da Parisi di attaccare Salvini, anche se lo aveva fatto per difendere proprio Berlusconi dagli sberleffi del segretario leghista nella piazza fiorentina di Santa Croce. Dove il padano aveva per l’ennesima volta dato all’ex presidente del Consiglio del “Re Tentenna”, senza minimamente scomporre un signore che gli era accanto, sul palco, di nome Giovanni e di cognome Toti: sì, proprio lui, il governatore della Liguria e ancora consigliere politico –mi pare- di Berlusconi. Un consigliere del quale il presidente di Mediaset e amico fraterno dell’ex Cavaliere, Fedele Confalonieri, tesse continuamente gli elogi indicandone il “buon carattere” come modello ai giovani aspiranti ad essere assunti e a fare carriera nelle aziende del Biscione.

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Berlusconi, a dire il vero, non è stato il solo a distinguersi, in questa troppo lunga campagna referendaria finalmente conclusa, a rincorrere le posizioni estreme.

Lo ha fatto in fondo anche Renzi – bisogna riconoscerlo – inseguendo Beppe Grillo con la rappresentazione della sua riforma costituzionale come lotta agli “sprechi” e alla “casta”, al punto da infastidire il suo ex e forse ancora lord protettore Giorgio Napolitano. Che ha denunciato, forse non a torto, il carattere troppo demagogico delle richieste di ridurre il numero e il compenso dei parlamentari, o cose del genere, come se fossero queste le spese all’origine del nostro ingente debito pubblico.

Quando si imboccano queste strade, cioè quando si inseguono i demagoghi, le corse non finiscono mai. E quando finiscono i contendenti sono sfiniti sino alla morte.

Una dannosa rincorsa è stata anche quella nel Pd fra le minoranze di sinistra. Il povero Gianni Cuperlo, già concorrente di Renzi alla segreteria ed ex presidente del partito, si è sentito dare del “traditore” dai compagni per avere osato strappare al segretario del partito esattamente ciò che loro avevano reclamato: l’impegno per una radicale riforma della legge elettorale della Camera chiamata Italicum, e per una disciplina dell’elezione del nuovo Senato tale da garantire ai cittadini di votare insieme per i consiglieri regionali e per quelli, fra loro, destinati a fare anche i senatori.

“Un foglietto”, ha liquidato quell’accordo l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani pur di non farsi scavalcare, nella guerra dichiarata a Renzi e alla sua riforma, da quell’irriducibile rottamato –scusate l’ossimoro- che è Massimo D’Alema.

Farage BEPPE GRILLO, Virginia Raggi

Tutti gli estremismi referendari di Berlusconi, Grillo, Renzi e Salvini

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