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La notte prima del voto è piena di stelle per Hillary Clinton e piena di rabbia per Donald Trump. Fra poche ore, i seggi si apriranno sulla East Coast e poi in tutta l’Unione: l’America vota e sceglie il suo 45° presidente, forse per la prima volta una donna.

La candidata democratica finisce in fanfara: sul palco, con lei, al comizio di chiusura a Filadelfia, il marito Bill e la “coppia d’assi”, il presidente Obama con la first lady Michelle, ma pure Springsteen e Bon Jovi, che dice “sono repubblicano, ma voto Hillary”. Madonna, invece, improvvisa un’esibizione al Washington Square Park di New York per incitare la gente ad andare a votare per l’ex first lady.

Il magnate e showman chiude tra Michigan e Pennsylvania: ”I comizi della Clinton con le star della musica umiliano la politica”, dice, a rischio di parerne invidioso. E a Scranton sfodera la retorica di sempre: “Hillary Clinton è il volto del fallimento, è la lunga mano di Wall Street, d’interessi di parte e dei suoi stessi interessi. Ora è il momento di cambiare davvero”.

Finisce in calando la campagna di Trump, che ha il fiato corto, dopo una settimana tra rimonta e speranze: sciorina slogan che sanno già di recriminazione (“Hillary non doveva neppure correre”).

Hillary, invece, parla già da (quasi) presidente: “Voglio unire il Paese, basta con le divisioni”, dice, mentre le centenarie d’America, quelle già nate quando le donne, nel 1920, ebbero il diritto di voto, si preparano ad andare alle urne per lei. Lavorare insieme è il suo “leit motiv” dell’ultimo comizio: ci pensano Barack e Bill a picconare il rivale repubblicano, che “non è qualificato” ed è “una mina vagante”.

C’è chi descrive Trump incapace di dormire negli ultimi giorni, sempre ansioso che qualcuno lo rassicuri. Lo staff gli avrebbe tolto la gestione di Twitter, per impedirgli messaggi avventati. Obama ironizza: “Non sa gestire Twitter, figuriamoci l’atomica”. E aggiunge: “Hillary lavorerà, non manderà solo tweet”.

Sembra una scena da “day after”. Ma i giochi non sono ancora fatti. E c’è chi arzigogola sull’ipotesi che non lo siano neppure questa notte negli Stati Uniti, all’alba di domani qui da noi: la corsa potrebbe restare in bilico se un candidato sconosciuto alla stragrande maggioranza degli americani, Evan McMullin, mormone, un passato da agente segreto, un presente da repubblicano anti-Trump, dovesse imporsi nello Utah dei mormoni.

E’ un’ipotesi surreale, come surreale è stata buona parte di questa campagna, mediaticamente dominata dai tweet e dagli insulti di Trump, mentre i discorsi e i programmi della Clinton non bucavano né lo schermo né i social. Il confronto s’è articolato in una contrapposizione di scandali, più che di proposte: l’emailgate e le tasse eluse, la Clinton Foundation e la Trump Foundation, le storie di donne di Bill e quelle di Donald.

La più vecchia e più potente democrazia occidentale merita meglio degli slogan di Trump, il muro e le deportazioni per l’immigrazione, il “cavallo di troia” per l’Islam, “law and order” per la sicurezza. Ma i piani della Clinton non hanno mai fatto titolo.

Il finale di partita ha poi visto l’Fbi protagonista: a dieci giorni dall’Election Day, ha riaperto, battendo la grancassa, un’inchiesta, archiviata a luglio, contro Hillary, per l’emailgate, cioè l’utilizzo di un account privato quand’era segretario di Stato invece di quello ufficiale; a due giorni dal voto, in sordina, l’ha richiusa, confermando il “non luogo a procedere”, ma lasciando in tutti l’impressione che non ci sia stato il tempo per vagliare la massa di mail disponibile. Insomma, peggio la toppa del buco, per la credibilità dell’Fbi: da domani, si regoleranno i conti.

Ieri, per tutta la giornata, i sondaggi si sono succeduti, concordi: la democratica è avanti, di poco, nelle intenzioni di voto a livello nazionale. Nel computo dei Grandi Elettori, Hillary è sotto la soglia dei 270 sicuri, ma è molto avanti a Donald. Sul sito di Fivethirtyeight.com, le chances di Trump, risalite dal 12,5 al 37 per cento, ridiscendono al 31 per cento.

Un indicatore è significativo: quasi per la prima volta, ci sono sui media più titoli per la Clinton che per Trump. La stampa Usa non ha bisogno di salire sul carro del vincitore, perché la scelta di campo pro-Hillary l’ha fatta da tempo, ma incomincia a sottrarsi alla bulimia di notizie sul magnate. Ed è boom delle scommesse sulla vittoria dell’ex first lady: si vince poco, ma non si perde niente.

Se verso le 2 del mattino si vedrà in tv la mappa dell’Unione tingersi tutta di blu democratico in alto a destra, dal New England alla Pennsylvania fin giù alla Virginia, vorrà dire che i giochi per Hillary saranno quasi fatti: per diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti, le basterà vincere almeno uno dei tre Stati in bilico per antonomasia di Usa 2016, la North Carolina, dove pesa il voto nero, la Florida, dove pesa il voto ispanico, e l’Ohio dove pesa il voto di quelli che una volta erano gli operai del manifatturiero e che ora non hanno lavoro.

Oggi, non si vota solo per il presidente e il vicepresidente. Si rinnova parzialmente il Congresso: tutta la Camera, 435 seggi – oggi, 247 repubblicani e 188 democratici – , e un terzo del Senato, 34 seggi – 24 repubblicani e 10 democratici – su 100 – oggi, 54 repubblicani, 44 democratici e due indipendenti che votano per lo più democratico –, oltre a 12 governatori – sette democratici e cinque repubblicani – su 50. I democratici possono riconquistare il Senato, i repubblicani possono conservare la maggioranza alla Camera. Ci sono, inoltre, migliaia di consultazioni statali e locali e molti referendum statali e locali.

(post tratto dal blog di Giampiero Gramaglia)

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