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Gli avversari di Matteo Renzi, compreso il pur moderato Stefano Parisi, che gli ha dato del “maestro di furbizie tattiche”, pur difendendolo dalle accuse di essere “un pericolo per la democrazia”, hanno interpretato come una sceneggiata elettorale il suo strappo sul Danubio dalla coppia che conduce le danze nell’Unione Europea: la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande. Che sono gli stessi, non dei sosia, incontratisi con Renzi dopo la vittoria referendaria della cosiddetta Brexit per quello che sembrò un nuovo direttorio europeo. E che parve poi confermato nelle acque di Ventotene, nello spirito – diciamo così – di Altiero Spinelli e degli altri antifascisti italiani che sognarono, in carcere, di preservare la democrazia e la pace in Europa, dopo tante sanguinosissime guerre, unificandola.

Renzi si è sentito spiazzato, per non dire tradito, in particolare dal presidente francese, che prima aveva concordato con lui ad Atene una forte richiesta di cambio di rotta in Europa, in direzione della ripresa economica e di una politica di contenimento dell’immigrazione con aiuti consistenti ai Paesi africani, e poi al vertice di Bratislava si è allineato alle scommesse tedesche sull’austerità e su un rapporto privilegiato con la Turchia per dirottare praticamente sulle coste italiane i migranti tentati di raggiungere la Germania attraverso i Balcani.

Anziché essere sorretto nel rifiuto di fare, come lo stesso Renzi ha detto, “la foglia di fico” sul Danubio, e nella protesta contro la pretesa franco-tedesca di decidere per gli altri, il presidente del Consiglio è stato accusato in Italia di avere protestato solo per cercare di guadagnarsi nel referendum sulla riforma costituzionale i voti dell’elettorato di centrodestra, schierato dai leader sul fronte del no ma convinto anche che in Europa bisogna contare e farsi rispettare. Cosa, questa, che nel 2011 Berlusconi, allora a Palazzo Chigi, cercò di fare contestando la gestione tedesca della vertenza esplosa sui debiti della Grecia ma rimettendoci alla fine la guida del governo, già indebolito di suo, a dire la verità, per altre vicende politiche e personali del presidente del Consiglio.

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In soccorso di Renzi è intervenuto questa volta il pur europeista ad oltranza Eugenio Scalfari. Che nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica ha commentato il vertice europeo di Bratislava dando “un voto largamente positivo” al capo del governo italiano e “negativo” ad Hollande e alla Merkel. Che se lo è largamente meritato –aggiungo io- rispondendo come peggio non poteva alle critiche e proteste di Renzi, al quale ha rinfacciato l’adesione preventiva all’”agenda” del vertice. Nel momento quindi in cui si accettano o si concordano gli argomenti da discutere, secondo la signora di Berlino, la partita è chiusa. A prendere le decisioni e a dettare la linea possono essere solo gli altri, i soliti da qualche anno, cioè i tedeschi e i francesi.

Ma l’intervento di Scalfari su Repubblica si distingue anche per altri passaggi che costituiscono, a mio avviso, autentiche svolte: per esempio, in tema di riforma elettorale e di rapporto fra questa e il referendum costituzionale d’autunno, la cui data Renzi ha promesso di decidere nel Consiglio dei Ministri del 26 settembre.

Innanzitutto Scalfari, diversamente dalle minoranze del Pd, ha preso per buono l’impegno del presidente del Consiglio di cambiare la legge elettorale della Camera chiamata Italicum. Che è poi la condizione posta dallo stesso Scalfari, e dal suo editore Carlo De Benedetti, per approvare nel referendum la pur pasticciata o carente riforma costituzionale. Il sì, a dire la verità, non è ancora diventato esplicito, ma un passo in questa direzione si avverte nel momento in cui si è preso sul serio l’impegno del presidente del Consiglio di cambiare l’Italicum.

In secondo luogo, non meno importante, Scalfari ha abbandonato la mitizzazione del sistema elettorale maggioritario cui ha a lungo contribuito, dai tempi dei referendum promossi da Mario Segni, ed ha sposato la causa del vecchio sistema proporzionale, magari aggiornato, con cui la Dc ha governato il paese per una cinquantina d’anni con vari alleati. Cosa che potrebbe fare ora “il partito di centrosinistra” di Renzi alleandosi con “movimenti di moderati” purchè “europeisti convinti e democratici”.

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Un europeista convinto e democratico, anche se dichiaratamente “alternativo” a Renzi, ma non tanto –come ho già ricordato- da condividerne la definizione brunettiana di “pericolo per la democrazia”, potrebbe essere anche Stefano Parisi, che ha appena concluso la sua Conferenza programmatica a Milano.

Ma su quello che potrà essere o diventare Parisi è francamente difficile fare previsioni perché l’area di quello che fu il centrodestra, e in cui egli è stato incaricato da Berlusconi di muoversi per recuperare i tantissimi voti perduti, ribolle di tante, troppe cose e malumori. E’ nota la diffidenza, nei suoi riguardi, dei leghisti, della destra meloniana e dei colonnelli, capitani, tenenti e caporali di Berlusconi in Forza Italia. Ora si avverte anche un certo malumore dello stesso Berlusconi, sul cui giornale di famiglia il direttore Alessandro Sallusti ha appena commentato la Conferenza programmatica del mancato sindaco di Milano declassando ad “esplorativo” il mandato conferitogli dall’ex presidente del Consiglio. E gli ha rimproverato di essersi messo troppo “in proprio”, sino a “censurare il nome di Silvio Berlusconi, di fatto mai pronunciato, se non per inciso tra le migliaia di parole spese” nei due giorni di convegno.

“Non si può rinnegare la storia e il suo passato”, ha ammonito Sallusti, e tanto meno “tacere sulle macchinazioni giudiziarie e i complotti politici” compiuti sul “suo leader e partito”. Si corre il rischio così di ripetere gli “errori” già compiuti da Mario Monti e Corrado Passera, illusisi di “ereditare i voti di Berlusconi senza rispettarne la storia”. Parole pesanti come pietre per Parisi.

Tutte le pene di Matteo Renzi e Stefano Parisi

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