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Anche Uber si è arresa. Dopo un anno di tentativi con offerte low cost e campagne pubblicitarie finalizzate a conquistare il mercato cinese è stata costretta ad alzare bandiera bianca. “Abbiamo perso più di un miliardo di dollari, non potevamo reggere la concorrenza del rivale”, ha dichiarato il numero uno del colosso di San Francisco Travis Kalanick. Sconfitta da chi? Da Didi Chuxing, un nome che in Italia dice poco o nulla ma che comprerà da Uber i servizi, i dati e tutte le attività per operare in Cina.

Nata quattro anni fa a Pechino, cinquemila dipendenti con un’età media di 25 anni, la società di Pechino non ha fatto altro che “imitare” in tutto e per tutto il modello di car sharing proposto da Uber. E oggi vale 28 miliardi di dollari di fatturato e fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso una propria applicazione con smartphone in circa 400 città del Celeste impero. A guidarla è il giovane magnate, il quarantenne Cheng Wei che per la rivista Forbes è uno degli imprenditori più influenti della nuova Cina. Tanto influente che se ne è accorta anche Apple che appena qualche mese fa ha deciso di investirvi 1 miliardo di dollari. Il più grande investimento mai ricevuto da Didi, che è servito a migliorare i servizi offerti visto che in Cina meno del 10% delle persone hanno un’automobile e il governo tende a limitare l’uso delle macchine il più possibile.

L’intraprendenza di Wei, manager con un passato decennale nell’e-commerce di Alibaba – il più grande portate di commercio elettronico asiatico – non si è però fermata qui. La sua ostinazione è stata quella di non limitarsi al mercato domestico, pur immenso da 300 milioni di consumatori potenziali e ricchi, ma di sfidare Uber negli Stati Uniti. Ad inizio anno infatti aveva cercato e stretto alleanza con un driver di San Francisco, Lyft, che opera da Boston a Washington passando per Los Angeles, Miami, Chicago e Atlanta. L’idea di Wei è semplice: offrire ai cinesi in vacanza o in affari in America un servizio taxi con la stessa applicazione che un abitante di Pechino consulta già nella sua terra. Quindi niente download, niente nuovi account, password e registrazioni o problemi legati al pagamento. Il cinese in viaggio a New York appena uscito dall’aeroporto utilizzerà Didi pagando direttamente in yuan, usufruendo dei servizi di Lyft che hanno tra l’altro un prezzo più contenuto rispetto a quelli offerti da Uber.

Ma le mire del giovane Wei non si sono fermate qui. Il gruppo Didi ha anche creato una “santa alleanza” del trasporto in India coinvolgendo nei suoi piani la compagnia Ola Cabs e a Singapore con Grab Taxi. “Vogliamo raggiungere i venti milioni di passeggeri e possiamo farlo se uniamo le forze. Siamo l’anti-Uber, offriamo più servizi e a prezzi più contenuti”, spiegava senza mezzi termini il numero uno di Didi. E ancora: “Per internazionalizzarsi ci sono due modelli di sviluppo: o portare il proprio brand fuori dai confini nazionali o allearsi con chi già opera nei paesi superando così anche i problemi legati ad autorizzazioni locali e piani regolatori”. E i cinesi hanno scelto il modello di business delle alleanze, per superare ostacoli e imporsi nei mercati con alleati locali.

Così il colosso del Dragone ha chiuso lo scorso anno con 1,43 miliardi di corse effettuate tramite la sua piattaforma, contribuendo al miglioramento e all’ottimizzazione del sistema dei trasporti e accreditandosi come società impegnata nelle sfide ambientali della Cina con tanto di apprezzamento da parte del governo. Tanto che la sua piattaforma non è stata ostacolata dai funzionari del ministero dei Trasporti ed è diventata la seconda al mondo per transazioni online, insieme ad Alibaba.

Adesso l’accordo con Uber che ha deciso di dismettere la sua rete in Cina, ottenendo un 20% di Didi. Un’operazione da 35 miliardi di dollari, frutto della valutazione pari a 28 miliardi di dollari di Didi e di 7 miliardi di Uber China. E che fa apparire meno forte il gigante americano e sempre più predatoria l’epopea di Didi che molti pensano sia prossima anche alla quotazione nella piazza di Hong Kong e che potrebbe anche espandere i propri tentacoli oltreoceano. Ad esempio in Europa dove però le corporazioni dei taxi hanno già messo all’indice Uber, vedi Francia e Italia ad esempio, e non ci metterebbero tanto a far indietreggiare le mire del Dragone cinese Didi.

pechino, cina

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