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“Tutti al muro del pianto al Palazzo dei congressi”, titola l’online del quotidiano economico Handelsblatt. Nel pezzo si spiega poi che dal referendum britannico in poi la situazione delle banche italiane è progressivamente peggiorata. Il che rende anche per il premier Renzi le cose molto difficili. “Gli incontri annuali dei bancari sono solitamente occasioni per pacche sulle spalle, rassicurarsi a vicenda e passare qualche ora gradevole a pranzo”, raccontava il Handelsblatt.  Non c’è ovviamente media tedesco che non citi poi la dichiarazione di Bini Smaghi, ex Bce oggi ad della Société Générale all’agenzia stampa Bloomberg: “Tutto il settore bancario è sotto pressione”.

Renzi vorrebbe una soluzione rapida della vicenda Monte dei Paschi di Siena ma, come sottolineano i media tedeschi, al momento ha incassato l’opposizione dell’Ue. E il capo dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, ha fatto sapere che anche se in passato passato proprio i soldi pubblici tedeschi e britannici hanno salvato gli istituti dei relativi paesi, le regole ora sono cambiate dopo l’introduzione del Bail-in Secondo il Handelsblatt la crisi del settore finanziario italiano potrebbe avere effetti molto più dolorosi del Brexit.

Anche la Welt titolava allarmata: “L’Europa trema di nuovo per le sue banche” e proseguiva: “Il settore bancario italiano è di nuovo in crisi. Il che è un problema anche per il resto dell’Europa. Sono infatti troppo stretti i rapporti transnazionali per non sentirne le ripercussioni. Solo la Germania rischia di perdere 84 milioni di euro. L’intero settore finanziario mondiale ha prestato agli italiani la somma da capogiro di 550 miliardi di euro. Tra i principali creditori ci sono gli istituti francesi con un’esposizione per 250 miliardi, e quelli tedeschi per 85 milioni di euro”. La Welt giunge poi alla conclusione che le crisi bancarie sono quasi sempre anche crisi del debito pubblico. “E se dovessero cadere le banche italiane ne sarebbe intaccata inevitabilmente anche la solvibilità dello stato italiano. E dunque coinvolgerebbe gli altri istituti europei”. L’Italia, insomma, potrebbe scatenare una crisi sistemica del settore in tutta Europa.

La pensa così anche il quotidiano Süddeutsche Zeitung che scrive: “Dismettete quella banca!”. Il riferimento è ovviamente alla MPS. “La critica di aver buttato miliardi nelle banche speculatrici, anziché sostenere i cittadini comuni, fa ormai parte del repertorio standard delle accuse che piovono sull’Ue”, scrive il giornale di Monaco, aggiungendo subito dopo però che si tratta di una critica ingiusta. Il fine dei salvataggi non era quello di salvare la pelle agli speculatori, ma appunto i risparmi, i posti di lavoro e il futuro economico delle persone. Se ai governi europei e all’Ue in generale va fatta una critica allora è quella di aver reagito molto più lentamente degli americani e di aver messo in piedi strutture di controllo non ancora a pieno regime. E’ per questo che, secondo la SDZ, l’Europa si trova di nuovo sull’orlo di una crisi del settore. E questa volta la miccia la potrebbe accendere l’Italia, viste le notizie preoccupanti che arrivano dallo stivale. “La MPS, la banca più antica del mondo, siede su una polveriera di crediti insolvibili ammontanti a 24 miliardi di euro”, spiega la SDZ. “Altri istituti italiani mostrano minori sofferenze, ma si parla comunque sempre di un 17 per cento di crediti insolvibili. Il motivo che ha generato questa situazione è uno solo: i governi italiani non hanno riformato il settore, non hanno costretto gli istituti a cercare capitali freschi, e questo determina le loro scarse riserve”. Di tono non molto diverso sono le cronache sulla Frankfurter Allgemeine. Infine, secondo il canale news nt-v l’Italia, starebbe usando le ricadute in Borsa del Brexit come scusa per puntellare con soldi pubblici gli istituti italiani.

Che i tedeschi non ne vogliano sapere di aiuti di stato agli istituti di credito italiani, dopo aver loro stessi praticato “la respirazione bocca a bocca” ha osservato in un recente incontro a Vienna Hannes Androsch, ex ministro delle finanze e vice cancelliere austriaco ai tempi di Bruno Kreisky, è cosa risaputa.

Stupisce, e non poco, invece la poca attenzione riservata a un’altra notizia, non meno allarmante e che riguarda il primo istituto di credito privato tedesco, cioè la Deutsche Bank. Eppure, come scriveva già nel 2014 la Frankfurter Allgemeine il derivati in pancia all’istituto sono da capogiro. Il valore complessivo ammontava allora (e non è molto inferiore oggi) a 50 billioni di euro, cioè diciotto volte il Pil tedesco. Ma già allora la FAZ cercava di tranquillizzare: “Questo ingente portafoglio derivati si spiega non ultimo con il fatto che molti contratti si escludono a vicenda e questo rende il rischio molto più basso. Tant’è che l’ammontare complessivo del bilancio viene indicato dalla Deutsche Bank in 1,75 bilioni di euro”. Peccato che, come il quotidiano di Francoforte stesso spiegava “gli ispettori bancari responsabili per le regole di capitale (Basilea III) usano il valore nominale del portafoglio derivati per poter giudicare la complessità dell’istituto”.

Ma a prescindere da queste diverse modalità di valutazione, è un dato di fatto, lo scrive anche la FAZ che la Deutsche Bank vien considerata nell’ambito dei derivati fuori Borsa tra i più grandi competitori al mondo. E se due anni fa i media tedeschi tendevano a minimizzare il pericolo, ora è il Fondo Monetario Internazionale a lanciare l’allarme “a vedere nell’istituto, qualora dovesse scoppiare una nuova crisi finanziaria, il pericolo più grande”, come riporta la Zeit. Sembra però che non tutte le colpe siano da attribuire ai vertici della Deutsche Bak. Almeno leggendo l’articolo sul sito online di ARD. La televisione pubblica tedesca individua, infatti, nel finanziere George Soros il più temibile dei concorrenti per la Deutsche Bank. Spiega infatti che, proprio Soros, il quale nel 1992 ha guadagnato milioni con una scommessa contro la sterlina britannica, subito dopo il voto a favore del Brexit ha di nuovo scommesso – con acquisti allo scoperto – su una ulteriore perdita delle azioni Deutsche Bank.

Come ricordava l’ARD la Deutsche Bank ha dietro di se anni in cui ha assistito a una perdita di valore mai vista prima. Nel giro degli ultimi 5 anni si è attestata al 66 per cento. E lunedì dopo il Brexit ha toccato i 12,07 euro. Una perdita alla quale avrebbe contribuito anche JPMorgan, che nella valutazione del titolo è passata dalla definizione “overweight” a “neutral”. Tutto vero, ma a scorrere i giornali tedeschi, sembra che la notizia vera relativa al più grande istituto di credito in Germania sia la perdita di posizioni nel ranking mondiale e non i motivi veri che hanno portato a ciò

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