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“Recuperare la fierezza nazionale e dare dignità al lavoro delle Forze armate, è la pagina più tangibile della nostra politica estera” dice Andrea Manciulli. “La politica estera è politica industriale e di difesa, altrimenti non è” dice Pier Ferdinando Casini. Quando si parla dell’impegno dei militari italiani nelle missioni il loro compito nell’addestramento delle forze armate e di polizia di quelle aree viene spesso ridotto a poche righe e non enfatizzato. E’ invece il cuore del nostro intervento, insieme ovviamente con le necessità operative, che è stato analizzato in un convegno del Cesi, Centro studi internazionali presieduto da Andrea Margelletti, con il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, e con quello dell’Esercito, generale Danilo Errico. Nell’occasione è stato presentato un opuscolo curato dal Cesi in collaborazione con l’Esercito sul ruolo di questa forza armata nei programmi di capacity building nazionali.

Perché una nazione “collassata” possa riprendere le normali attività statuali c’è bisogno della Security Force Assistance (Sfa), cioè la missione di addestramento delle Forze armate di quella nazione. L’Esercito ha una tale esperienza in materia che verrà messa a disposizione della Nato creando un apposito centro nella Scuola di fanteria di Cesano, in provincia di Roma, pronto entro dicembre. Margelletti ha spiegato che “per anni abbiamo usato le Forze armate in attività successive al fallimento di un sistema. Ora, invece, dobbiamo immaginare un loro diverso ruolo: perché usare i militari dopo per incollare i cocci anziché prima? Le Forze armate saranno ‘lo’ strumento di policy building nel mondo e per questo il ruolo del Parlamento sarà determinante”.

Alla vigilia del vertice Nato di Varsavia (7 e 8 luglio), considerato “fondamentale” da Graziano, il capo di Stato maggiore della Difesa ha ricordato che, semplicemente, “senza security building non si possono superare le crisi: la sicurezza è un prerequisito per la stabilità di uno Stato”. E’ sufficiente l’esempio dell’Iraq: con forze speciali, addestratori convenzionali e addestratori dei Carabinieri, l’Italia ha preparato il 75 per cento dei peshmerga mentre è dalla Gran Bretagna, ha aggiunto il generale, che arriva un esempio di organizzazione che varrà per il futuro. Gli inglesi, infatti, hanno costituito delle “brigate adattabili” già predisposte per intervenire in determinate aree geografiche. Questi sforzi servono per prevenire o frenare l’espandersi del terrorismo transnazionale che, ha sottolineato il generale Errico, è favorito “dall’assenza di un governo in certe aree. Oggi l’Italia ha missioni di addestramento in Somalia, Mali, Iraq, Libano e Afghanistan”.

Nel giorno in cui alla Camera si votava l’ultimo decreto missioni e la prima legge quadro di riforma delle missioni internazionali, il presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea della Nato e vicepresidente della commissione Esteri di Montecitorio, Manciulli (Pd), è andato dritto al punto: “Il cuore della questione è il contributo enorme che l’Esercito e il sistema Difesa danno alla nostra politica estera perché non basta più la diplomazia. L’Esercito dev’essere fiero del lavoro che fa, che è molto più importante di come viene raccontato”. Dunque, secondo Manciulli l’Italia deve recuperare “fierezza nazionale e dare dignità a queste attività” perché il militare “è anche operatore di pace e di politica estera”. Con la legge quadro sulle missioni, dal prossimo anno (e una volta l’anno) il Parlamento sarà chiamato a discutere del ruolo che l’Italia intende svolgere nel mondo e a prendere le decisioni relative.

Anche Casini (Ap), presidente della commissione Esteri del Senato, ha insistito sul fatto che “oggi la politica estera non è più quella tradizionale” e mentre dobbiamo “coinvolgere la Russia nella lotta al terrorismo ed evitare una nuova guerra fredda in Europa”, nello stesso tempo “dobbiamo avviare una gigantesca trasformazione culturale perché la gente non ha capito il fenomeno militare”. Basta citare l’esempio degli aerei F35, ha aggiunto Casini, e delle “polemiche per raccattare pochi voti senza considerare i danni che ne derivano”.
Ma questa trasformazione culturale è il passaggio più difficile perché deve partire dalla politica che nei fatti non dimostra di avere quella indispensabile “cultura della sicurezza”. Senza la quale, come ha ricordato Margelletti, “le Forze armate devono chiedere i fondi con il cappello in mano”.

Come ridare dignità e fierezza al lavoro dell'Esercito

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