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Più passano i giorni dal referendum che ha portato la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea, più cresce nella stessa Inghilterra la paura di ciò che potrebbe accaderle, tanto che in due giorni sono state raccolte tre milioni di firme per tentare una disperata e improbabile prova d’appello, più si intensificano le consultazioni e gli sforzi per contenere il contagio della separazione e rilanciare l’Unione su basi nuove e più solidali, più cresce in questo ambito il ruolo del governo italiano, col presidente del Consiglio entrato nel “direttorio” della comunità europea e in giro fra vertici ministeriali e incontri internazionali, più diventa avvilente il dibattito che continua a segnare con vecchi argomenti la politica italiana.

Non se ne può francamente più delle beghe di partito e di corrente: a sinistra, a destra e al centro. Lo spettacolo ricorda un po’ l’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda.

Spiace, francamente, che a questa scena surreale partecipino anche persone di esperienza e di prestigio professionale come Eugenio Scalfari. Che, pur consapevole del dramma in cui si dibatte l’Europa nella quale lui ha tanto creduto, sino a farne la linea di demarcazione fra il vecchio e il nuovo, addirittura fra la destra e la sinistra, ha voluto chiudere sulla sua Repubblica un preoccupato ragionamento sulla Brexit riproponendo i problemi assai stucchevoli, a questo punto, del referendum italiano sulla riforma costituzionale, in autunno o forse – si comincia a dire – più in là, sulle ambizioni del presidente del Consiglio e sulla ostinazione con la quale lo stesso Renzi si permette di resistere ai consigli di disinnescare la mina referendaria con una modifica della nuova legge elettorale della Camera, nota come Italicum.

“Se Renzi – ha scritto testualmente Scalfari – modificasse in modo adeguato l’Italicum, io voterei sì alla riforma costituzionale. Perché dunque non la cambia?”. Già, perché non si decide a sentire cotanto consiglio, e consentire a cotanto consigliere di indirizzare chissà quanti milioni di elettori a votare in un modo anziché in un altro? Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse tragica. Siamo alla scelta dello spartito per la già ricordata orchestra della nave che affonda. O alla scelta del costume da bagno col quale entrare nell’inverno, secondo un’immagine appena proposta sull’Unità da Walter Veltroni.

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Al solito incontro delle solite minoranze del Pd, che stanno ancora contando e ricontando i Comuni dove il partito ha perduto nelle elezioni amministrative di questo 2016, facendo l’esame genetico dei candidati renziani sconfitti e degli alleati che questi hanno scelto per strada, a cominciare naturalmente dal solito, odiatissimo Denis Verdini, per fortuna Gianni Cuperlo ha sentito ad un certo punto il dovere, diciamo pure il pudore, di ricordare ai compagni e di dire a qualche microfono che “naturalmente” Renzi va sostenuto in questo difficilissimo passaggio del Paese, e non solo del governo.

E’ lo stesso Cuperlo che qualche giorno fa, prima ancora che scoppiasse la bomba della Brexit, si era dissociato dalla fretta con la quale i dissidenti del Pd avevano cavalcato i risultati elettorali amministrativi per riproporre come urgenza il problema del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio reclamando che Renzi si decidessse a scegliere, senza aspettare le lunghe procedure congressuali della riforma dello statuto.

Vedrete che prima o dopo il buon Cuperlo, già concorrente di Renzi alla segreteria del Pd, sarà trattato dai suoi compagni come un traditore. Come uno pronto a scambiare la ragionevolezza chissà con quale posto. Per fortuna egli già si dimise a suo tempo da presidente del partito, dimostrando onesto disinteresse. E rifiutò la direzione della rinata Unità offertagli dall’ex sindaco di Firenze. Nè ci ha ripensato in questi giorni, visto che si è deciso di sostituire il direttore Erasmo d’Angelis con Sergio Staino, il papà del Bobo di tante vignette che divertono i compagni di partito da una vita, compreso Renzi nelle rare occasioni, a dire il vero, in cui tocca a lui di essere sfottuto. Uno Staino al quale auguro di cuore di fare il miracolo della diffusione malinconicamente mancato al direttore uscente.

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Appartengono alle scene dell’orchestra che suona sulla nave che affonda anche le riprese televisive – se qualcuno le ha viste – del “cantiere” allestito a Parma dal segretario leghista Matteo Salvini per costruire, con un armamentario anti-Unione Europea cresciuto sull’onda della Brexit, un nuovo centrodestra: tanto nuovo da meritarsi un altro nome, ancora da scegliere. Un centrodestra, o come diavolo si chiamerà, in cui i leghisti non prenderanno naturalmente ordini da nessuno, tanto meno da Silvio Berlusconi, e “se la giocheranno” non più con Renzi, che deve evidentemente ritenersi già finito, ma con Beppe Grillo. Che intanto, furbacchione, ha avuto il buon senso, per accreditare il suo movimento come forza di governo dopo la conquista di città come Roma e Torino, di riposizionarsi in qualche modo sul tema Europa, anche a costo di fare arrabbiare il pubblico a 5 stelle che naviga in internet.

In prima fila, davanti al Salvini tribuno e agli esperti da lui convocati nel “cantiere” di Parma, si son potuti vedere, impettiti e compiaciuti, i vari Paolo Romani, Renato Brunetta, Giovanni Toti, Daniela Santanchè, cioè dirigenti e rappresentanti di quella Forza Italia destinata non a dare ma a prendere ordini. Una Forza Italia scudisciata dalla sorella dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, anche lei presente nel cantiere, per la sua ostinata partecipazione al Partito Popolare Europeo della cancelliera tedesca Angela Merkel.

L’Italexit sognata da Salvini non ha tuttavia impedito al suo collega di partito, e governatore della Lombardia, Roberto Maroni, di annunciare un incontro col nuovo sindaco di Milano per concordare un’azione, da svolgere nella odiata Bruxelles, per trasferire all’ombra della Madonnina gli uffici finanziari dell’Unione Europea che dovranno essere smantellati a Londra. Sembra uno scherzo, come la pretesa di cambiare la Costituzione con una raccolta di firme per consentire anche in Italia un referendum come quello inglese, ma non lo è.

Daniela Santanchè e Matteo Salvini

Vi racconto l'orchestrina stonata di Salvini, Brunetta, Toti e Meloni

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