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C’è qualcosa che mi sfugge, evidentemente, nelle cronache dal mondo. Prendiamo le performances trumpiane dell’ultimo mese: è a un passo dal mettersi al tavolo delle trattative antibelliciste per fermare le bombe atomiche con l’Iran – da lui storicamente deprecato in via diretta e attraverso le critiche trancianti al Biden trattativista – quando in un lampo cambia strategia e che fa? Senza dire né a né b, ammolla i siluri ad alta penetrazione nel sancta santorum dell’arsenale nucleare di Khamenei. Non solo: dopo aver rassicurato il mondo intero che il regime degli ayatollah non potrà più avere la bomba atomica grazie al suo generoso intervento (affermazione peraltro contestata con puntuale incazzatura del Donald), promette dollaroni al regime teocratico sciita e si propone come mediatore nel conflitto infinito tra Iran e Israele, dimentico, probabilmente, che in quel conflitto ci è entrato a gamba tesa e in soccorso di Bibi Netanyahu. Infatti è un po’ complicato configurare come arbitro e super partes uno che è parte in causa, e che parte. Ma la cosa più curiosa di questa storia è la silenziosa adesione dei governanti iraniani all’impostazione trumpiana. Va benissimo, per carità, se serve alle ragioni della civile convivenza, ma bisogna ammettere che qualche stranezza c’è in quel che stiamo vedendo.

Vero è che Putin, dall’alto della sua nota esperienza di supremo paciere, si era proposto pure lui qualche tempo fa come mediatore tra Netanyahu e Hamas, senza che nessuno avesse provato a chiedergli conto dell’incremento forsennato del furore bellicista in Ucraina nella lunga vigilia di una trattativa tra Mosca e Kyiv che non parte perché come si fa a trattare senza sospendere il fuoco della guerra? Anche questa trattativa, per incidens, sponsorizzata dal presidente americano. Tra gli irriducibili mediatori ancora annoveriamo Xi Jinping, Erdogan, il sultano del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. Notoriamente tutti in lista del Nobel per la pace.

C’è qualcosa che non funziona più come una volta nella mediazione internazionale, se si pensa che, almeno fino ad un decennio fa l’opera di composizione dei conflitti in modo non armato, funzionava, eccome: nel ventennio che va tra i primi anni ’90 e il 2013, infatti l’80 per cento dei conflitti si concludeva grazie ad una mediazione di pace (fonte Dfae, Dipartimento Federale per gli Affari Esteri del Governo svizzero). Oggi non più. Va detto pure che il ruolo dei mediatori è diventato molto complesso: chi entra in gioco per promuovere soluzioni pacifiche deve affrontare con piena cognizione dei fatti questioni legate alle dinamiche territoriali, all’autonomia locale, alla ripartizione delle risorse e dei poteri, avendo cura di coinvolgere i leader politici, la società civile, le vittime del conflitto. Insomma: un digrignamento di denti a favore di telecamere non basta.

Avanti a tutto, inoltre, c’è la percezione di terzietà, di assoluto disinteresse rispetto alle parti in gioco, per chi rivesta il ruolo del mediatore. L’Onu era nata per questo, per dirimere i conflitti usando gli strumenti negoziali della politica: un’utopia kantiana? Forse. Ma, nonostante le sue insufficienze, nonostante l’assurdità del veto nel suo Consiglio di Sicurezza, nonostante episodi di cui nessuno potrà dirsi fiero, nonostante tutto, rappresentava l’istanza più alta possibile per comporre fratture evitando l’irreparabile.

Oggi non più. In questo tempo si affacciano mediatori a cui manca la credibilità che solo un arbitro può avere e non una parte in causa. Siamo in un tempo che somiglia assai a quello del fallimento della Società delle Nazioni, che svaporò per la sua intrinseca debolezza e per il non riconoscimento delle grandi potenze. Poi ci fu la Seconda guerra mondiale e subito dopo, al grido corale di mai più, nacquero le istituzioni internazionali – Onu in prima fila – che diedero senso al diritto umanitario e alla vocazione della pace. Certo, aiutava anche la Guerra Fredda, perché negarlo. Ma era sempre meglio di quella caldissima dei giorni nostri, tempo che ha perso per strada i mediatori.

 

 

 

Phisikk du role - Guerre, chi medierà i mediatori?

C’è qualcosa che non funziona più come una volta nella mediazione internazionale, se si pensa che, almeno fino ad un decennio fa l’opera di composizione dei conflitti in modo non armato, funzionava, eccome. Oggi non più. Va detto pure però che il ruolo dei mediatori è diventato molto complesso. La rubrica di Pino Pisicchio

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