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La domenica di sangue che ha infierito sulla spiaggia di Grand-Bassam in Costa d’Avorio e sul centro di Ankara ci offre un macabro promemoria sull’insidia generalizzata del terrorismo. Sebbene gli attacchi siano dissimili per matrice e modalità d’azione, ambedue hanno centrato i loro obiettivi: colpire, nel caso della Turchia, un Paese immerso fino al collo nel pantano siriano e allargare, nel caso della Costa d’Avorio, il raggio d’azione delle milizie jihadiste che piagano quell’area del continente africano.

Dell’attentato di Ankara, realizzato con un’autobomba guidata da due kamikaze, non si ha ancora una rivendicazione, anche se le autorità appaiono chiaramente orientate sulla pista curda. Il conflitto in Siria ha spezzato la fragile tregua tra il governo e la popolazione curda, con il primo che appare ossessionato dalle manovre dei curdi siriani a sud dei propri confini e la seconda che paga le conseguenze delle proprie presunte complicità coi cugini meridionali. Le reazioni sconsiderate di Ankara hanno ora gettato il Paese nel caos, e a farne le spese sono cittadini inermi colpiti per la quarta volta in pochi mesi mentre transitano per le strade della capitale.

A differenza di quello di Ankara, l’attentato in Costa d’Avorio reca invece una precisa firma: quella di al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), consociato africano dell’organizzazione di al-Zawahiri. Approfittando della caduta del regime di Gheddafi, e impossessandosi dei suoi ricchi arsenali, AQMI ha attuato negli ultimi anni una strategia volta a destabilizzare i Paesi del Sahel e del Sahara ma anche ad attirare l’attenzione del mondo ultimamente concentrato sulle azioni dei rivali dello Stato islamico. Nel 2012, in combutta coi tuareg e altre formazioni militanti, AQMI aveva sbaragliato la resistenza dell’esercito maliano e fondato un califfato non dissimile per brutalità a quello fondato dallo Stato islamico a cavallo di Siria ed Iraq. Quest’esperienza è durata poco a causa dell’intervento della Francia, che ora sorveglia l’intera regione con un dispositivo militare volto a impedire nuovi exploit tanto nel Mali quanto nei Paesi contermini. Ma la presenza francese si è trasformata in un bersaglio per AQMI, che negli ultimi mesi è riuscita a mettere a segno due colpi mortali, prendendo di mira hotel frequentati da occidentali in Mali e nel Burkina Faso.

Con il colpo di domenica, AQMI deborda in Costa d’Avorio, Paese reduce da un lungo periodo di instabilità che però era stato risparmiato dalla violenza jihadista. Per le sue modalità, l’attentato ricorda da vicino quello messo a segno dallo Stato islamico nel resort tunisino di Sousse lo scorso giugno. Anche in quel caso, ad essere presi di mira furono inermi avventori di hotel e bagnanti. Ma non mancano somiglianze anche con i due precedenti colpi di AQMI in Mali e Burkina Faso. Ad entrare in azione, domenica come nei mesi scorsi, sono stati commando armati scagliatisi su obiettivi “morbidi” dove era probabile incrociare degli occidentali: nel bilancio di sedici morti ci sono anche un cittadino francese e un tedesco. Pur nelle profonde differenze dei due attacchi, in Turchia e in Costa d’Avorio si uccide indiscriminatamente lanciando così il messaggio desiderato.

Che cosa lega gli attentati a Grand-Bassam e Ankara

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