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Il più grande impianto di gas naturale della Siria è gestito dal governo in partnership con tecnici inviati dalla Russia, in un’area controllata dallo Stato islamico. A dirlo è Foreign Policy, che ha messo insieme i pezzi su una vicenda di cui aveva parlato già un’inchiesta del Financial Times mesi fa.

Lo scenario della storia è il Tuweinan gas facility, che si trova a meno di cento chilometri a sudovest di Raqqa, la capitale siriana del Califfato. È stato realizzato nel 2007 dalla società di costruzioni russa Stroytransgaz, che è controllata dal Volga Group di proprietà del miliardario Gennady Timchenko, uno stretto collaboratore di Vladimir Putin. I legami tra Timchenko e il Cremlino sono stati accertati, tanto che il dipartimento di Stato americano aveva messo il magnate russo sotto sanzioni per la crisi ucraina (con altre società a lui collegate) come uno dei business riconducibili al presidente Putin. La Stroytransgaz in Siria aveva a sua volta utilizzato un subappaltatore locale, la società Hesco, di proprietà di George Haswani, uomo dal doppio passaporto russo-siriano, messo sotto sanzioni anche lui perché considerato il tramite usato dal governo di Damasco per negoziare gli accordi di utilizzo degli impianti energetici che si trovano nei territori sotto il controllo dell’Isis.

La partnership tra Hesco e Stroytransgaz è consolidata. Le aziende hanno lavorato a progetti comuni in Sudan, Algeria, Iraq e negli Emirati Arabi Uniti, fin dal 2000. La Hesco ha un ufficio a Mosca, che è gestito dal figliastro di Haswani, Yusef Arbash.

L’impianto è dal 2013 fuori dal controllo di Damasco: prima in mano ai ribelli, poi dal 2014 l’area è entrata sotto il controllo dell’Isis. Una fonte turca di Foreign Policy ha raccontato che comunque la ditta russa, attraverso la Hesco, ha continuato i lavori a Tuweinan, tutto con il consenso degli uomini di Abu Bakr al Bahgdadi, che sfruttano la loro presa militare per ottenere la divisione del profitto del gas che va verso Aleppo, Homs e Damasco, con il governo. Secondo quanto ad ottobre aveva raccontato il Financial Times, la Hesco pagherebbe anche 50mila dollari al mese per far sì che lo Stato islamico non rovini o rubi le preziose attrezzature della ditta e per proteggere i suoi uomini (e a questo punto, rilevano alcuni osservatori, probabilmente anche i russi).

Il quotidiano inglese aveva raccolto anche informazioni su come la divisione dei prodotti avveniva, ma non aveva parlato della presenza russa. Ora FP dice che tecnici e ingegneri venuti da Mosca si troverebbero quotidianamente all’interno dell’impianto e sarebbero sottoposti a ricambi stagionali, anche questi concessi dall’Isis, che passerebbero per una base militare che si trova nella provincia di Hama.

Quella raccontata dalla rivista americana è una storia di ordinaria amministrazione, in un Paese dove il governo stringe accordi sottobanco con i ribelli e con lo Stato islamico. Diverso discorso è la pennellata di realismo che la storia dà all’attività russa in Siria, descritta in patria, e attraverso le braccia lunghe della propaganda (anche ideologica) del Cremlino gira in tutto il mondo (soprattutto tra le posizioni anti europeiste e anti occidentali), come un grosso intervento di antiterrorismo volto a distruggere lo Stato islamico, mentre invece non solo – denunciano gli Usa ed altri Stati – non colpisce l’Isis per il 90 per cento dei raid aerei, e contemporaneamente contribuisce ad inasprire una complicata situazione umanitaria (vedere quello che succede in questi giorni ad Aleppo), ma addirittura intreccia gli affari economici (e quelli del presidente Putin) direttamente con il Califfo.

Vladimir Putin

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