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A Kyoto, nel 1997, gli Usa firmarono l’accordo sul clima solo dopo l’arrivo del vice presidente Al Gore, ma poi non lo ratificarono, svincolandosi quindi dagli obiettivi di riduzione delle emissioni. Il Protocollo di Kyoto non prevedeva invece obblighi per la Cina, come del resto per tutti i Paesi in via di sviluppo. La situazione oggi è radicalmente cambiata. Gli Usa di Obama costituiscono il Paese più impegnato al raggiungimento di un accordo e la Cina, che a seguito della crescita impetuosa dell’ultimo decennio ha raggiunto un livello di emissioni superiore a quello di Usa e Ue messi insieme, per la prima volta ha definito un percorso di contenimento dei gas climalteranti.

Complessivamente, gli impegni inviati a Parigi da parte di oltre 150 Paesi consentirebbero di evitare al 2030 l’emissione di 4 miliardi di tonnellate di gas serra, con una crescita delle emissioni nel periodo 2010-30 inferiore di un terzo rispetto al ventennio 1990-2010. Se lo sforzo proposto al 2030 proseguisse, alla fine del secolo l’aumento di temperatura rispetto al periodo preindustriale sarebbe di 2,7°C. Un passo in avanti per evitare la catastrofe. In realtà è probabile che si ottengano riduzioni maggiori di quanto dichiarato. È questo in particolare il caso della Cina, malgrado proprio recentemente siano state riviste verso l’alto le emissioni dell’ultimo decennio. Infatti, si sta avviando una profonda trasformazione dell’economia, con un rafforzamento del comparto dei servizi che ormai contribuisce alla metà del Pil cinese.

Si assiste inoltre a una rapidissima crescita delle fonti rinnovabili che dovrebbero vedere nuove installazioni per una potenza annua di 70mila Mw. Sono dunque in molti a ritenere che Pechino raggiungerà il picco delle emissioni non nel 2030, come promesso, ma in anticipo tra il 2020 e il 2025. Del resto il 13esimo piano quinquennale, che è stato annunciato alla fine di ottobre e verrà approvato il prossimo marzo, sottolinea la necessità di uno sviluppo ambientalmene sostenibile, punta a un’economia più circolare e vuole avviare una rivoluzione digitale. Insomma, la Cina si sta organizzando verso una nuova normalità che implica anche un uso più razionale delle risorse rispetto al passato. Peraltro, già negli ultimi mesi – a causa dell’elevatissimo inquinamento delle città – sono stati presi provvedimenti radicali con la chiusura di molte centrali a carbone e l’imposizione di un tetto alle immatricolazioni di automobili.

Significativamente, i consumi di carbone sono calati sia nel 2014 sia quest’anno. Se la Cina può contare su un sistema centralizzato che consente di avviare rapidamente ambiziose politiche climatiche, la situazione degli Usa, il secondo Paese al mondo per livello di emissioni, è molto differente. Obama, che ha deciso di fare del clima la battaglia decisiva del suo secondo mandato, deve fare i conti con un Congresso in mano ai repubblicani dove non mancano i negazionisti del clima. In realtà, il presidente si è mosso abilmente svolgendo un ruolo attivo sulla scena internazionale culminato con il colpo magistrale dell’accordo con la Cina e l’avvio di misure per una decarbonizzazione dell’economia statunitense. È stata così approvata una riduzione delle emissioni climalteranti del 26¬28% entro il 2025 rispetto ai valori del 2005, avendo le spalle coperte da un’opinione pubblica sempre più convinta della gravità della situazione dopo gli eventi estremi come l’uragano Sandy, che ha messo in ginocchio New York, e i quattro anni di siccità che stanno causando gravi danni in California.

Secondo un recente sondaggio, il 76% dei cittadini si dice preoccupato del riscaldamento globale e, quel che è più interessante, anche il 59% dei repubblicani è persuaso che il clima stia cambiando. Viste le difficoltà con il Congresso, ma il favore dell’opinione pubblica, Obama ha giocato con grande abilità lo strumento dell’Epa – il suo ministero dell’Ambiente – per far passare provvedimenti coerenti con gli obiettivi climatici. L’ultimo, che viene però contestato da ben 25 Stati, il Clean power plan, prevede entro il 2030 un taglio del 32% delle emissioni delle centrali elettriche rispetto al 2005, imponendo quindi la chiusura di molte centrali. I consumi di carbone, del resto, sono in continuo calo, tanto che le azioni della più grande società privata al mondo che gestisce miniere di carbone – la Peabody Energy – sono calate del 97% negli ultimi cinque anni. L’Epa ha inoltre imposto una forte accelerazione sull’efficienza dei veicoli. Fra dieci anni le nuove automobili avranno consumi dimezzati rispetto ai modelli del 2010.

Infine, Obama punta ad avere entro il 2030 il 20% di elettricità da rinnovabili, cui si somma la quota del grande idroelettrico. Un obiettivo che potrebbe anche essere superato: il 60% della nuova potenza elettrica installata dalle utility nei primi nove mesi di quest’anno è rinnovabile. E la vecchia Europa? A Parigi si presenta con il programma più ambizioso. Le emissioni al 2030 dovranno ridursi del 40% rispetto al 1990. Meno incisivi gli obiettivi sulle rinnovabili, 27% dei consumi finali e dell’efficienza, con una riduzione del 27% della domanda rispetto a uno scenario tendenziale. L’impressione però è che l’Ue, indebolita dalla crisi e con posizioni interne sempre più divergenti, dopo avere tirato la volata a Kyoto ed essersi molto impegnata negli anni successivi, abbia abbandonato la leadership climatica. Saranno Cina e Usa a guidare la decarbonizzazione mondiale sul medio periodo.

Parigi, tutte le posizioni degli Stati alla Conferenza sul clima

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