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In tutti i Paesi europei si discute in maniera più o meno accesa di immigrazione e più in specifico di profughi. Ci sono una problematica esterna all’Unione europea ed una interna ad essa.

La problematica esterna la si vuole risolvere finanziando la Turchia, eterna candidata ad entrare nell’Unione e principale Paese di passaggio dei profughi siriani. Inoltre si vogliono rafforzare (militarmente) i confini dell’Ue. In Germania, Austria, Belgio e Danimarca, la comunità turca rappresenta il gruppo straniero più numeroso, capace di influenzare le decisioni dei governanti.
Concentrandosi sulla problematica interna, il problema riguarda la suddivisione dei profughi (e più in generale degli immigrati) tra i Paesi membri. Dato che lo spirito di solidarietà europeo sembra esser venuto meno, a mio avviso è necessario stabile regole chiare che consentano una più attenta gestione del fenomeno.

Vi è differenza tra immigrato economico e profugo ed è giusto che sia così; non è la stessa cosa fuggire dai bombardamenti o dalla disoccupazione. Nonostante ciò, in questa Europa, i cui Paesi non riescono a dialogare, è al momento opportuno sintetizzare parlando di “stranieri”.

1) Regolare la cittadinanza

Nel 2013, quando in Italia scoppiò la polemica sullo “ius soli”, avevo analizzato le diverse regolazioni europee sulla cittadinanza scoprendo che sono le più variegate. Dal 2004 in poi, però, non esiste in alcuno Stato europeo uno “ius soli” puro. Nel 2004 l’Irlanda, unico Paese che prevedeva ciò, ha introdotto tramite un referendum la concessione della cittadinanza solo ai nati da genitori stranieri che risiedano almeno da tre anni sull’isola. Negli ultimi anni, l’Unione europea ha invitato (in maniera informale) i diversi Stati aderenti a uniformare le diverse legislature, al fine di evitare sperequazione nel trattamento degli immigrati (soprattutto nei confronti dei figli d’immigrati) nei diversi Stati. L’Ue, che invitava all’uso della “doppia cittadinanza”, si dimostrava invece critica verso alcune riforme giudicate troppo permissive e ricordava che la concessione della cittadinanza non doveva essere affidata alla discrezionalità amministrativa (quindi leggi chiare per tutti).

Risulta dunque ora necessario trasformare l’invito informale in azione formale e fissare per l’intera Ue un’unica forma di acquisizione della cittadinanza. Un formula potrebbe essere la concessione di questo diritto dopo 5 anni di lavoro regolare (e quindi di pagamento delle tasse) per i cittadini provenienti da Stati europei, e dopo 10 anni a quelli di Paesi extraeuropei; il tutto accompagnato da un test linguistico e di conoscenza delle leggi basilari dello Stato residente. Solo quando almeno uno dei genitori avrà acquisito la cittadinanza, anche il figlio potrà inoltrare la propria richiesta. La volontà di far integrare i propri figli sarebbe un incentivo sano all’integrazione dei genitori.

Così facendo si otterrebbe non solo chiarezza di regole, ma anche dati chiari sui numeri degli stranieri presenti nei diversi Stati.

2) Un’unica lista europea dei paesi “non pericolosi”

Ogni Stato redige una lista di Paesi che ritiene sicuri e una di quelli che pensa non lo siano. La differenza sta nel fatto che se un persona proviene da un Paese dichiarato non sicuro – come la Siria – può fare richiesta d’asilo, se invece proviene da un Paese sicuro verrà considerato automaticamente un immigrato economico. Al momento ogni Stato europeo ha propri elenchi diversi l’uno dall’altro. Creare un’unica lista continentale non solo semplificherebbe le incombenze amministrative, ma porterebbe anche alla diminuzione dei flussi. Un esempio: il solo fatto che in Germania si stesse considerando la possibilità di inserire i Paesi dell’ex Jugoslavia tra i “paesi sicuri” ha portato ad una diminuzione del 50% delle richieste di asilo da quegli Stati.

3) Fissare una percentuale di stranieri in base alla popolazione

Oggi nel Vecchio continente ci sono all’incirca 34 milioni di stranieri, i quali rappresentano il 6,7% della popolazione europea. In Italia il numero di immigrati (Ue ed extra Ue) rappresentano l’8,2% della popolazione; in Austria, Paese che attualmente ha chiuso le proprie frontiere, più del 12%.
Mettiamo che l’Ue fissasse per ogni Stato membro una quota del 10% di immigrati – da rispettare per non cadere in sanzioni – cosa succederebbe?

Si conoscerebbe subito quanti stranieri può ancora sopportare l’Europa e ogni Paese saprebbe quanti immigrati e/o profughi può ancora accettare. Se uno Stato vorrà accettare più profughi di quelli stabiliti sarà una sua libera scelta.

Si smetterebbe di fare la guerra “all’idraulico polacco” rafforzando lo spirito europeo. Non volendo essere ipocriti bisogna ammettere che per tutti esiste un immigrato di serie A ed uno di serie B, a seconda del Paese di provenienza e della sua ricchezza o collocazione geografica.

Gli Stati avrebbero tutto il vantaggio a registrare in tempi più stretti possibile gli immigrati entranti nel proprio territorio e a trattenere quelli che si dimostrano integrati, diminuendo così quella “lotta contro lo straniero” che si sta verificando in molte nazioni.

Questi tre punti sarebbero tutti realizzabili molto velocemente.

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