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Sono state le milizie sciite irachene a rapire tre cittadini americani a Baghdad il 16 gennaio 2016. Lo rivelano due fonti dell’intelligence irachena e due del governo americano alla Reuters. La notizia è destinata a portarsi dietro un contraccolpo politico legato al deal sul nucleare iraniano ed al sollevamento delle sanzioni, perché quelle milizie che agiscono in Iraq, sono diretta emanazione e completamente controllate dall’Iran. Anche se nessuno per il momento parla di una volontà diretta o di una regia di Teheran dietro al rapimento.

LE MILIZIE SCIITE (IN BREVE)

Sono gli stessi gruppi che combattono lo Stato islamico, e che godono indirettamente del supporto aereo della Coalizione US-led, ma che non perdono occasione per dichiarare l’Occidente “invasore”: sono uno dei grossi imbarazzi americani nell’attività contro il Califfato, perché spesso si comportano in modo settario tanto quanto i baghdadisti. Una di queste, ha giurato vendetta contro l’Italia se invierà soldati a difesa delle opere di manutenzione strutturale che la ditta Trevi opererà sulla grande diga di Mosul. Durante gli anni dell’occupazione americana in Iraq, queste milizie sono state responsabili di decine di attacchi e crimini contro i soldati statunitensi e i cittadini occidentali. Sono quelle stesse entità che secondo i detrattori dell’accordo con l’Iran saranno beneficiarie di una fetta dei cento miliardi sbloccati dal sollevamento delle sanzioni (e degli altri che arriveranno come investimenti esteri dopo la riqualificazione diplomatica di Teheran), perché le milizie sciite rappresentano il grande piano geopolitico iraniano: controllare i vari Paesi della regione mediorientale attraverso gruppi politico-culturali, fortemente ideologizzati, che riescano ad acquisire potere e rispetto non solo con narrativa e predicazione, ma anche e soprattutto con armi e violenza. Nella zona dove è avvenuto il rapimento dei tre cittadini americani pochi giorni fa, uno di questi gruppi paramilitari, “la Lega dei Giusti”, si è praticamente sostituita alle istituzioni (con complicità delle istituzioni stesse, un po’ colluse un po’ inermi) e amministra il territorio.

IL PIANO GEOPOLITICO IRANIANO È SEMPRE IN PIEDI

Le milizie sciite combattono e spadroneggiano in Iraq, guidano le forze armate del governo (adesso insieme ai russi e alle forze speciali iraniane) in Siria, sostengono l’indipendenza houthi in Yemen, fanno politica e presenza in Afghanistan e Pakistan, prendono i soldi nella Striscia di Gaza (dove Hamas non è sciita ma è il peggior nemico del nemico esistenziale iraniano), ed hanno la massima rappresentanza in Libano, con il potentissimo partito/milizia Hezbollah. Proprio in Libano, l’Iran sembra che stia per portare a segno un altro successo: dopo uno stallo che dura da quasi due anni, sembra che si sia giunti ad un accordo per la nomina del nuovo presidente della repubblica. Sarà l’ex generale Michel Aoun a ricoprire la carica, che per via del sistema politico confessionale deve essere occupata da un maronita. È il candidato appoggiato dall’Iran e da Hezbollah, ed ha trovato un accordo a suo favore con il suo nemico storico, Samir Geagea, sostenuto invece dall’Arabia Saudita: il Libano è forse il capofila dei conflitti proxy tra le due potenze regionali. Scrive Luca Gambardella sul Foglio: «Con la candidatura di Aoun, l’Iran ha così compiuto un passo in avanti verso l’obiettivo duplice di assestare un altro colpo ai sauditi e di assicurarsi un amico alla presidenza della Repubblica». Una soluzione lontana dalle riforme istituzionali auspicate per rilanciare il paese, in crisi anche per l’enorme afflusso di profughi siriani (che ormai rappresentano quasi un terzo degli abitanti), e che invece mantiene in piedi lo status quo favorevole a Teheran.

LA POLITICA MILITARE

La Repubblica islamica sta annunciando da mesi il progetto di ammodernare ed espandere il proprio apparato militare. Il presidente Hassan Rouhani è stato chiarissimo a fine estate scorsa: «Possiamo negoziare con gli altri paesi soltanto se siamo potenti. Se un paese non ha potere e indipendenza, non può avere la vera pace. Acquisteremo, venderemo e svilupperemo qualsiasi arma di cui abbiamo bisogno e non chiederemo permesso né rispetteremo alcuna risoluzione su questo argomento». Il presidente, che occupa il lato dei moderati nel suo paese, ha detto queste parole mentre presenziava alla cerimonia di presentazione di un missile balistico. Due mesi dopo, non solo ha dato il consenso a un test su un altro vettore missilistico, considerato una violazione alla politiche imposte dal panel delle Nazioni Unite, ma ha anche inviato poi una lettera al ministro della Difesa in cui chiedeva di accelerare e aumentare la produzione missilistica (nota: alla fine gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni all’Iran, ma si tratta di provvedimenti molto limitati e puntuali, formali più che altro).

I GIUSTI INVESTIMENTI

Sono 14 i miliardi di euro che per adesso la Repubblica islamica stanzia per la Difesa, ma secondo i piani di sviluppo dovrebbero aumentare di almeno un terzo: inutile dire che parte di quei soldi arriveranno dal sollevamento delle vecchie sanzioni. Teheran è ancora indietro rispetto agli investimenti sauditi e israeliani (rispettivamente 80 e 23 miliardi l’anno), ma come spiega Daniele Raineri in un altro articolo sul Foglio, non serve tanto il “quanto” ma il “come” vengono spesi i soldi in ambito militare. E torna la questione delle milizie: «Se si contano le attività speciali, clandestine e parallele (per esempio: mandare casse di fucili d’assalto a un gruppo di combattenti) questa differenza che riguarda come si usa il denaro vale ancora di più». Grazie ai fucili inviati alle milizie che combattono in Siria, contro i ribelli e formalmente anche contro lo Stato islamico, l’Iran ha ottenuto un posto al tavolo negoziale internazionale sulla crisi siriana: cioè, grazie agli investimenti clandestini in gruppi che hanno tra le loro attività anche il rapimento di cittadini occidentali, Teheran può essere un partner credibile nella lotta all’Isis e nella soluzione per una transizione politica in Siria (dove, si ricorda, gli iraniani hanno lo stesso interesse di mantenere lo status quo che hanno in Libano).

«Nel momento in cui l’America cerca una via d’uscita per disimpegnarsi dal medio oriente e gli stati eurupei sognano di tagliare il budget della Difesa (e a volte non sognano, lo fanno) ─ continua Raineri ─ per fare fronte meglio alla crisi dell’economia, il governo di Teheran è pronto a far rendere al massimo l’uscita di un grande pezzo, la Bomba, dalla scacchiera, come un giocatore stagionato che sa condurre il suo pezzo di partita». Perché, se da un lato sono arrivati i tecnologici e costosi missili antiaereo S-300 russi (messaggio: che Israele non pensi di avvicinarsi) e ci sono miliardi su possibili accordi con Mosca su elicotteri e aerei da guerra, per chi come l’Iran non ha troppe remore sui partner da scegliere, anche un piccolo budget ma investito negli uomini e nel momento giusto, può essere decisivo per guidare dinamiche geopolitiche.

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