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Prima è stata riempita piazza San Giovanni, poi il Circo Massimo. Il tutto in soli sei mesi e con l’obiettivo di opporsi alla diffusione della cultura gender nelle scuole e al ddl Cirinnà sulle unioni gay. E adesso che fare? Come gestire quel credito di fiducia che le centinaia di migliaia di partecipanti agli ultimi due Family Day hanno consegnato nelle mani degli organizzatori? Come dare rappresentanza a un popolo che non riconosce più gli attuali politici come interlocutori? Sono le domande che si stanno ponendo in queste ore i vari esponenti del Comitato “Difendiamo i nostri figli”. Ecco alcune, prime, risposte.

L’ANALISI DI ADINOLFI

Il primo a porre il tema del “dopo Family Day” è stato Mario Adinolfi, che sul suo giornale La Croce a poche ore dalla chiusura della manifestazione di sabato ha parlato di un ritorno sulla scena pubblica del “popolo cattolico”. “Dopo il 30 gennaio 2016, dopo il Circo Massimo – ha sottolineato Adinolfi -, la stagione dell’irrilevanza politica dei cattolici durata oltre due decenni arriva al capolinea. Nella maniera più inaspettata e imponente, i cattolici si riprendono il proprio spazio nell’arena pubblica, tra l’altro in maniera unitaria e compatta”.

NASCE IL PARTITO DELLA FAMIGLIA?

Dunque i cattolici tornano protagonisti in quanto tali, perlomeno la base più legata a quelli che ai tempi di Benedetto XVI venivano definiti “valori non negoziabili”. Sorge però un problema: come colmare quella distanza ben percepibile al Circo Massimo tra chi stava sul palco (gli organizzatori) e chi ascoltava lì sotto a pochi metri (i politici presenti)? Di sicuro non (solo) con gli attuali partiti presenti in Parlamento, a partire da Ncd e Area Popolare, non sempre ritenuti in perfetta sintonia. L’incontro tra il ministro Angelino Alfano e il portavoce del Family Day Massimo Gandolfini – un colloquio cordiale ma fermo sulle divergenze politiche, lo descrivono gli uomini vicini al neurologo cattolico – è solo l’ultima delle dimostrazioni in tal senso.
E’ possibile quindi pensare a un nuovo partito della famiglia? Al momento no, si ripete dentro e fuori il Comitato. Ma la prospettiva delle elezioni politiche 2018 e il pressing del Circo Massimo costringono a più di un ragionamento in tal senso. Di sicuro, c’è la consapevolezza che “qualcosa dovremo fare” e che la forza propulsiva della piazza rischia di esaurirsi.

IL RUOLO DI GANDOLFINI

Una cosa è certa: l’evento di sabato è stata la consacrazione di un leader a tratti anche politico. Gandolfini (qui un suo ritratto di Formiche.net) è ormai largamente riconosciuto come l’unica persona attualmente in grado di dare una rappresentanza univoca al popolo del Family Day e al variegato Comitato promotore, all’interno del quale convivono diverse sensibilità. Il problema è che il neurologo bresciano, che due sere fa ha fatto il suo debutto su Porta a Porta, ha escluso più volte qualsiasi impegno diretto in politica. E chi lo conosce bene sa che su queste cose non scherza. E’ possibile dunque pensare a un Partito della famiglia senza Gandolfini alla guida?
Per il momento, c’è chi vagheggia ipotesi di un muovo movimento popolare, di una rete di associazioni e organizzazioni pronta a federarsi e strutturarsi. Il metodo da seguire per costruire il nuovo soggetto deve essere lo stesso delle manifestazioni di giugno e gennaio: dal basso. Insomma, si ragiona tra gli organizzatori, servirebbe una sorta di Todi popolare dei cattolici e non orchestrata dall’alto come invece – fanno notare alcuni – è accaduto con le iniziative organizzate nella cittadina umbra agli albori dell’esperienza montiana.

L’ANALISI DELL’AVV. PILLON (CENSURATO DA FACEBOOK)

Lunedì sera gli hanno oscurato il profilo Facebook, presumibilmente dopo le segnalazioni arrivate dal mondo Lgbt. In poche ore è nata un’altra pagina in suo sostegno arrivata subito a oltre 3mila adesioni; poi ieri il problema è rientrato e il profilo è stato riattivato. Parliamo dell’avvocato Simone Pillon, componente del Comitato e già consigliere del Forum Famiglie, che non si sottrae ai ragionamenti sul dopo Family Day. “Sono convinto – dice a Formiche.net – che se non inizieremo a ragionare non per quello che vorremmo fare noi, ma per quel che la storia ci chiede di fare, su qual è la volontà di Dio in questo momento, finiremo soltanto per fare l’ennesimo partitino sfigato che nessuno vuole”. Secondo Pillon – che con Toni Brandi di Provita Onlus (pure lui sul palco del Family Day) era intervenuto alla manifestazione bolognese della Lega Nord – “è prematuro parlare ora di fondare un partito o movimento, ma occorre comunque prendere atto che c’è un popolo che ha diritto di essere rappresentato ed è molto allergico ad ogni forma di strumentalizzazione”. Quindi che fare? “Dobbiamo trovare una modalità nuova. Nessuno di noi può permettersi il lusso di intrupparsi in una delle realtà politiche esistenti, significherebbe tradire completamente il popolo del Circo Massimo”.

OCCHIO A BONANNI

Se Gandolfini non ha velleità politiche, chi potrebbe essere colui che traghetta il popolo del Family Day verso il Partito della famiglia? Negli ambienti cattolici e centristi da tempo si fa il nome di Raffaele Bonanni; l’ex segretario della Cisl, peraltro neocatecumenale come la maggior parte degli organizzatori del Circo Massimo (e come lo stesso Gandolfini), è molto attivo con la sua associazione Italia Più (qui un recente articolo di Formiche.net) e proprio a ridosso della manifestazione romana ha riunito esponenti del Comitato promotore, dell’associazionismo cattolico e parlamentari di area per un convegno sulla famiglia (qui l’articolo di Avvenire postato su Facebook). Da tempo Bonanni si muove dietro le quinte, cercando di tessere relazioni tra i politici centristi e lavorando per la ricomposizione di un fronte diviso.

Dal Family Day al Partito della Famiglia?

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