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Germania, Austria, Croazia e Francia, ora anche Svezia e Danimarca. I Paesi europei che sospendono Schengen per far fronte all’immigrazione aumentano sempre di più. La Svezia ha reintrodotto il controllo alle frontiere di terra con la Danimarca dopo 50 anni di libera circolazione innescando la reazione dello stato danese che a sua volta ha chiuso le frontiere con la Germania, da cui provengono gran parte dei migranti diretti in Svezia.

Il rischio di una reazione a catena nella chiusura dei confini nazionali è molto alta, secondo alcuni analisti, ed è la conseguenza del fallimento delle politiche europee di redistribuzione e identificazione dei migranti arrivati in Europa.

ADDIO SCHENGEN?

Schengen è a rischio. La libertà di movimento è un principio importante, uno dei risultati più grandi dell’Unione europea negli ultimi anni, ma è in pericolo a causa del flusso di profughi“. Con queste parole Martin Schaefe, portavoce del ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, ha commentato la decisione della socialdemocratica Svezia di reintrodurre i controlli al confine con la Danimarca. Il Patto di Schengen prevede la libera circolazione di tutti i cittadini degli Stati firmatari (hanno firmato tutti gli Stati Ue, tranne Regno Unito e Irlanda, cui si aggiungono Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein), conservando i controlli alle frontiere solo per i cittadini di Paesi terzi, che hanno necessità di un visto per varcare i confini.

LA CHIUSURA DEL PONTE DI ØRESUND

Il ponte che congiunge Danimarca e Svezia è stato chiuso per volontà del governo svedese ieri notte fino al 14 gennaio. Una decisione temporanea, ha spiegato il governo svedese, necessaria a far fronte al numero di immigrati che nel corso degli ultimi mesi hanno richiesto asilo nei suoi territori.

“La Svezia – si legge sul Corriere della Sera – lo scorso anno è stato il Paese dell’Unione Europea con la percentuale maggiore di richiedenti asilo in rapporto al numero di abitanti: ha una popolazione di 9,7 milioni (l’1,9% dei cittadini europei, circa un sesto degli italiani) e ha accolto 163 mila rifugiati, provenienti soprattutto da Siria, Iraq ed Afghanistan. Solo a novembre sono arrivati al ritmo di 11 mila a settimana, per la maggior parte passando per la Danimarca”.

ANCHE LA DANIMARCA CHIUDE IL CONFINE

E se la Svezia chiude le porte, così fa anche la Danimarca. Il timore del primo ministro danese Lars Loekke Rasmussen (nella foto), alla guida di un governo di centrodestra, è che la Danimarca diventi “la nuova grande destinazione per i rifugiati” provenienti dalla Germania di Angela Merkel ora che il corridoio con la Svezia è chiuso.

Secondo il premier conservatore “è evidente che l’Ue non è capace di proteggere le sue frontiere esterne, e così anche altri saranno presto obbligati a ripristinare i controlli di confine“.

LA GERMANIA RESISTE, MA PER QUANTO?

Anche le frontiere tedesche erano state chiuse lo scorso agosto, temporaneamente, al confine con Austria e Repubblica Ceca, nel momento di massima affluenza verso la regione tedesca della Baviera impossibilitata ad assicurare ai migranti assistenza minima di base. Una conseguenza della sospensione del trattato di Dublino da parte della Germania di Merkel che aprì le porte a tutti i profughi siriani che volessero richiedere l’asilo nel suo territorio.

Una decisione che infastidì sia gli Stati del corridoio balcanico (attraversati dal flusso di migranti intenzionati a raggiungere la Germania) sia gli Stati del nord Europa, ultima destinazione di una buona fetta di rifugiati.

La Germania resiste, ma per quanto? Il partito dell’Unione Cristiano Sociale (Csu), alleato della cancelliera, ha chiesto che nel 2016 il numeri di migranti venga ridotto a un massimo di 200mila per anno, circa un quinto di quanti arrivati nell’anno appena terminato. “Anything more than that, I think is too much“, ha dichiarato Horst Seehofer, leader del Csu in Baviera, che ospiterà la cancelliera e il premier Cameron mercoledì 6 gennaio per la convention annuale del partito.

LA POSIZIONE DI FRANCIA E ITALIA

Anche i confini della Francia sono chiusi, a seguito dello “stato di emergenza” dichiarato da François Hollande dopo gli attentati di Parigi, e sarà valido almeno per tre mesi. Mentre l’Italia, scrive Fiorenza Sarzanini su Corriere di oggi, sta valutando di ripristinare i controlli al confine con la Slovenia, rea di non identificare e registrare i migranti nel suo territorio e che scelgono poi di entrare nella penisola per trovare accoglienza. “I dati parlano di un numero che oscilla tra i 300 e i 400 a settimana“, scrive Sarzanini, tanto basta per mettere in allarme il Viminale.

LA REAZIONE A CATENA

Gli stati del nord Europa, spiega Andrea Bonanni oggi su Repubblica, premono per far “prevalere il rispetto delle regole sugli obblighi di solidarietà“, in base al quale ogni Stato deve identificare ed eventualmente rimpatriare i propri immigrati.

Un’Europa che rispetti Dublino ma riduca la zona Schengen , dunque, è quanto paventato da Paesi come l’Olanda, spiega il giornalista di Repubblica. Un’Europa così configurata, però, metterebbe fuori Paesi come l’Italia, gli Stati balcanici e la Grecia, punti di accesso al continente europeo che si sobbarcherebbero la responsabilità di un flusso migratorio di dimensioni immense. “Solo la Germania – conclude Bonanni – per ora, ha impedito che la proposta venisse seriamente presa in considerazione. Ma se la reazione a catena dei controlli alle frontiere dovesse continuare nei prossimi mesi, come è probabile che accada, sarà difficile evitare che una riduzione «d’emergenza » dello spazio Schengen si imponga nei fatti“.

Intanto il filo spinato separa ancora il confine tra Ungheria, Croazia e Serbia e i flussi non si fermano, nonostante l’inverno.

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