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Oltre a Mario Monti, omaggiatissimo dai giornaloni, pronti a raccoglierne e amplificarne sospiri e moniti contro quello spavaldo spendaccione di Matteo Renzi, che rischia di farci perdere nella mitica Europa il credito ch’egli ritiene di averci restituito in quasi un anno e mezzo di governo tecnico, è tornata a farsi sentire e vedere la sua ministra del Lavoro Elsa Fornero. Che, non disponendo del laticlavio generosamente concesso invece a Monti da Giorgio Napolitano per avere a suo modo onorato la Patria, come dice l’articolo 59 della Costituzione per la nomina dei senatori a vita, ma forse anche per proteggerlo con l’immunità parlamentare dal rischio di qualche avventata iniziativa giudiziaria, deve tenersi lontana dalle aule parlamentari. E accontentarsi di saltare come una Madonna pellegrina da un salotto televisivo all’altro, pubblico e privato, sempre collegata da qualcuna delle sue residenze o dei suoi uffici, trattata con estremo riguardo dal conduttore di turno. Spesso difesa dagli attacchi di ospiti ancora arrabbiati per la impopolare riforma delle pensioni che porta il suo nome.

Lo scrupolo dei conduttori è più che comprensibile. Non vogliono forse trovarsi nelle stesse condizioni di Monti, che nella conferenza stampa di presentazione di quella riforma, improvvisata in poche settimane perché l’Europa – si diceva – non poteva aspettare di più, si spazientì nel vederla in lacrime. E dovette completare e spiegare di persona i sacrifici disposti con un decreto legge poi sommerso dalle proteste di qualche centinaio di migliaia di cosiddetti esodati, trovatisi dalla mattina alla sera senza stipendio e senza pensione per una serie di disguidi di cui si scaricarono a lungo le responsabilità gli uffici ministeriali e quelli dell’Inps, gli uni più disinformati degli altri.

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Coerente con la convinzione di saperne come pochi altri in Italia, ma forse anche altrove, la signora non si lascia mai prendere dal dubbio di avere potuto sbagliare. E se ha qualcosa di cui lamentarsi riguarda ministri e governi che le sono succeduti, e che hanno compromesso o allentato il rigore da lei voluto, o studiano come allentarlo ancora di più, scaricandone gli effetti negativi sulle solite generazioni future.

Ma più ancora dei ministri e dei governi che sono venuti dopo di lei,  a deludere la professoressa Fornero è stata la Corte Costituzionale. Alla quale non perdona, in particolare, la bocciatura inferta nel 2013 al contributo di solidarietà sulle pensioni comunemente chiamate d’oro. Che sarebbero quelle superiori ai 90 mila euro lordi annui, su cui già gravano pesanti trattenute di ordinaria fiscalità, statale e locale. Contributi peraltro neppure inventati e istituiti dal governo Monti e dalla ministra Fornero per ragioni di “equità sociale”, avendovi già provveduto alcuni mesi prima il governo di Silvio Berlusconi. Il governo tecnico si limitò ad allungarne i tempi di applicazione: da due a cinque anni.

Anche se nessun conduttore o ospite degli studi televisivi dove approda in collegamento l’ex ministra tecnica osa contestarne rammarico, delusione, preoccupazione e quant’altro, neppure il mio amico ed espertissimo della materia Giuliano Cazzola, sarà forse il caso che alla prima occasione qualche volenteroso interlocutore informi la signora, se mai le fosse sfuggita la notizia, che il contributo cassato nell’estate del 2013 dalla Corte Costituzionale è stato ripristinato, peraltro in misura maggiore, dopo qualche mese con la legge di stabilità del 2014 dal governo di Enrico Letta, nonostante i dubbi di legittimità espressi riservatamente dagli uffici del Quirinale.

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Purtroppo in questo nostro singolarissimo Paese accade ormai, come hanno confermato le successive decisioni in materia di perequazione, sempre delle pensioni, che i pur inappellabili verdetti della Corte Costituzionale vengano aggirati. E i giudici diffidati, con campagne politiche a dir poco intimidatorie, dal tornare a bocciare le misure prese contro le loro sentenze.

So bene che l’intimidazione può sembrare a prima vista un termine eccessivo. Ma francamente non me ne vengono altri quando penso agli argomenti usati nell’aula di Montecitorio dalla sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che, in concorrenza con grillini e vendoliani, sentii personalmente dalla tribuna stampa accusare i giudici costituzionali di avere bocciato i contributi di solidarietà perché provvisti, all’età che hanno e con le carriere svolte prima della nomina, di pensioni alte. E per ciò stesso considerate e considerabili riprovevoli.

Non a caso, del resto, il presidente dell’Inps Tito Boeri, sadicamente immaginato da recenti analisi e retroscena politici come il nuovo tecnico che potrebbe sostituire Matteo Renzi a Palazzo Chigi se si dovesse ripetere l’emergenza economica e finanziaria del 2011, sta proponendo da tempo di ricalcolare le pensioni di platino, d’oro, di rame, d’argento, d’acciaio, di ferro, di zinco, di latta e persino di stagnola liquidate legittimamente con il sistema retributivo per tagliarle tassando progressivamente l’eventuale differenza rispetto all’ammontare che sarebbe dovuto con l’applicazione, molto meno vantaggiosa, del sistema contributivo. E chi reclama il rispetto dei diritti acquisiti, minacciando vertenze giudiziarie destinate ad approdare ai giudici costituzionali, nel frattempo intimiditi con le accuse appena ricordate, viene liquidato come un fottuto egoista.

Ormai fra pensione, anche di reversibilità, e pensionato c’è solo da vedere chi, morendo, finisce prima.

Tutte le fissazioni di Monti e Fornero da pensionare

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