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Osservando la cartina del Nord Africa, c’è un solo Paese che ancora “resiste” all’Isis: il Marocco. Si sente spesso della scoperta di nuove cellule jihadiste in Maghreb o di combattenti marocchini (circa 1000) che si aggiungono ai drappi neri in Siria e Iraq. Ma in Marocco l’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi non ha apparentemente un’effettiva presa, almeno per ora. Per molti analisti, dire che ciò dipenda dal fatto che il Marocco è uno Stato alleato degli Usa non è sufficiente. Vi sarebbero anche altre ragioni, due in particolare: a differenza di altri Stati vicini, Rabat si caratterizza per un basso tasso di disoccupazione e per una moderata democratizzazione, comunque più elevata della media regionale. Quando queste condizioni vengono a mancare, rimarcano gli esperti, il terrorismo islamico trova condizioni favorevoli per proliferare. Finora il sistema marocchino ha resistito, ma correnti interne chiedono a Re Mohamed VI di aprire ancora di più alla democrazia e creare nuovi posti di lavoro, soprattutto tra i giovani e nelle aree rurali.

LE SOFFERENZE DELLA TUNISIA

Emblematico è il caso della Tunisia, un Paese vicino che vive una vera e propria contraddizione. Negli anni ha provato a fare della stabilità politica e della tolleranza religiosa dei punti di forza ed è per questo stato preso di mira dai jihadisti, come nel recente massacro di turisti a Sousse. Al tempo stesso, però, la nazione vive un momento economico estremamente difficile e molti suoi ragazzi ingrossano le fila dei foreign fighter dello Stato Islamico, attratti dalla possibilità di guadagnare denaro offrendo le proprie braccia e la propria fede. Una situazione che per ora non coinvolge il Marocco.

PERCHÉ RESISTE – IL RE

Re Mohamed VI (nella foto), salito al trono nel 1999, è l’unico esponente politico dell’area nordafricana ad aver superato il setaccio della primavera araba del 2011. Il processo verso una monarchia costituzionale, ha tolto alcuni importanti poteri al sovrano a favore dell’esecutivo e del Parlamento. Questa transizione è proseguita per alcuni anni, beneficiando principalmente due elementi: i diritti dei cittadini e l’occupazione. Re Mohamed VI sembrava stesse mantenendo la promessa fatte al “movimento 20 febbraio”, nato a seguito della primavera araba: “Sarò il re che il popolo marocchino vuole”. Famosa anche una delle prime dichiarazioni del primo ministro Abdelillah Benkirane (nominato dal sovrano all’interno del partito di maggioranza a seguito delle elezioni presidenziali del 2011): “Se mi trovo al governo, non sarà per poter dire alle giovani donne quanti centimetri di gonna devono indossare per coprire le gambe. Questo non è affar mio. Nessuno deve minacciare le libertà civili in Marocco”. Pareva davvero che il Marocco fosse uscito rafforzato politicamente dalla primavera araba: una nuova costituzione, un Parlamento più forte, un primo ministro eletto popolarmente, maggiori diritti civili (come il diritto alla libertà di parola o il riconoscimento delle minoranze linguistiche). La stabilità politica, primo fattore “scaccia Isis”, nel Maghreb era consolidata.

 PERCHÉ RESISTE – L’OCCUPAZIONE

A seguito del turning point segnato dalla primavera araba del 2011, sono state messe in atto diverse politiche per un miglioramento economico. Sia il re sia la coalizione di governo formata dal Justice and Development Party (Jdp) hanno portato avanti diverse riforme: da un incremento della strategia di decentralizzazione, alla promessa di nuovi posti di lavoro e di incentivi per l’educazione. Nel 2012 e 2013 il tasso di disoccupazione ha segnato livelli abbastanza stabili, sempre sotto il 9.5%.  Nel 2013 il pil segnò un +4% soprattutto grazie al boom della produzione automobilistica e all’export del frumento. Inoltre, sempre in quell’anno, il settore terziario marocchino divenne il più importante del continente africano e con i suoi 10 milioni di turisti superò l’Egitto.

PERCHÉ POTREBBE NON RESISTERE

La minoranza parlamentare

Ma il Marocco “is running out of time”, col rischio di vanificare tutti i progressi fatti. Per due motivi: il processo di democratizzazione si è interrotto e i partiti di minoranza potrebbero allearsi con le fazioni più radicali dei salafiti. Il livello di disoccupazione giovanile sta crescendo e il processo di transizione democratica pare essersi interrotto. I gruppi politici di sinistra e i rivoluzionari della primavera araba fanno notare che è ancora il re a nominare i ministri sulla base delle raccomandazioni del primo ministro; può destituire i ministri e il governo; si rivolge al Parlamento, che però non ha ancora diritto di replica.

I giovani

Nel corso del 2014, la disoccupazione giovanile ha raggiunto la media del 20,6%, con picchi che sfiorano il 40 per i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 20 anni. Come se non bastasse, i disoccupati “non qualificati” sono appena il 4,5%, mentre quelli qualificati o laureati sono, rispettivamente, il 21,7 e il 24,6%. Questo è il vero ricettacolo per l’infiltrazione jihadista.

IL FUTURO

Nel breve periodo sembra che i metodi attuati dal monarca marocchino possano ancora funzionare, anche se le elezioni locali e regionali del 4 settembre prossimo saranno già un banco di prova per tastare il consenso popolare nei confronti del sovrano e della maggioranza di governo.

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