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Mario Draghi era contrario al «bail in» in salsa tedesca, e lo mise per iscritto su una lettera riservata, inviata alla Commissione Ue nel settembre 2014. Nonostante le precauzioni per tenerla segreta, quella lettera venne a conoscenza di Federico Fubini, che ne diede conto su Repubblica un mese dopo, il 19 ottobre. In buona sostanza, Draghi si diceva d’accordo sul far pagare ai creditori privati il fallimento di una banca (concetto ribadito giorni fa a Bologna, durante un convegno di Prometeia), ma soltanto dopo che l’unione bancaria europea fosse compiuta in tutti i suoi aspetti. Un’introduzione accelerata del «bail in», invece, avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari, soprattutto in Italia, dove i bond bancari subordinati in scadenza erano pari a 2,7 miliardi nel 2014, mentre quelli in scadenza nel 2015 erano 4,6 miliardi.

LE PAROLE DI DRAGHI

Per Draghi, di fronte all’ipotesi di un «coinvolgimento diretto» (traduzione corretta di «bail in»), gli investitori istituzionali avrebbero reagito vendendo i bond subordinati, riducendo le fonti di finanziamento delle banche, che a loro volta avrebbero inasprito la stretta creditizia, con tanti saluti alla ripresa. In più, segnalava il capo della Bce, a causa delle perdite gli obbligazionisti avrebbero potuto trascinare in giudizio sia le banche che la Bce, responsabile della vigilanza e dell’applicazione del «bail in» sulle 150 maggiori banche europee.

COSA PREVEDE IL BAIL-IN

Il risultato di quella lettera? Zero. Come un rullo compressore, la Commissione Ue procedette a tappe spedite per dare attuazione alla direttiva sul «bail in», scritta a metà 2014 sulla base di una precisa indicazione della Germania, soprattutto del ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaüble. Fu così stabilito che, a partire dal gennaio 2015, si sarebbe voltato pagina in modo radicale: mai più salvataggi bancari con i soldi dello Stato, perciò dei contribuenti, come si era fatto fino ad allora in molti Paesi Ue, a seguito della crisi del 2008. Tale prassi, secondo le teorie ordo-liberiste tedesche, ostacolava la concorrenza. Per questo, si stabilì che i salvataggi si sarebbero potuti effettuare soltanto con il coinvolgimento dei privati, ovvero gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati e i correntisti con più di 100 mila euro. In due tappe: dal primo gennaio 2015 le banche centrali nazionali sarebbero diventate le esecutrici del «bail in» per le banche minori, mentre il coinvolgimento diretto dei privati sarebbe scattato dal primo gennaio 2016.

GLI AIUTI PUBBLICI NEGLI ALTRI PAESI

Il doppiopesismo della Germania, in questa vicenda, è stato quanto di più anti-europeo e anti-solidale si possa immaginare. Secondo la relazione al Parlamento di Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Bankitalia, prima dell’introduzione del «bail in» la Germania ha concesso alla proprie banche aiuti di Stato per 238 miliardi (8,2% del pil tedesco), contro un solo miliardo dell’Italia, interamente restituito. Generosi aiuti di Stato alle banche sono stati elargiti, tra il 2008 e il 2014, anche in Spagna (52 miliardi), Irlanda (42), Grecia (40), Olanda (36), Austria (28), Portogallo (19), Belgio (19). Non solo. Tra il 2008 e il 2014 la Commissione Ue ha adottato oltre 450 autorizzazioni di aiuti pubblici nazionali a favore delle banche, per un ammontare di 3.800 miliardi (29,8% del pil europeo), di cui solo un quarto utilizzati.

LE DUE MIRE CENTRATE DI BERLINO

In pratica, solo dopo avere salvato le proprie banche a spese dei contribuenti, addossando loro anche le colpe di quegli istituti che avevano fatto speculazioni folli sui derivati (Deutsche Bank in testa), Angela Merkel e Schauble hanno deciso che così non si doveva più fare, perché contro la libera concorrenza. Un pretesto arrogante e sfacciato. In realtà, Schaüble aveva intuito che, con il giro di vite del «bail in» (innovazione pensata in Germania e imposta a Bruxelles), avrebbe preso due piccioni con una fava. Da un lato avrebbe potuto continuare a dire ai tedeschi che mai e poi mai la Germania avrebbe sborsato un solo euro per pagare i debiti delle banche degli altri Paesi Ue. Proposito prontamente attuato, impedendo la costituzione del Fondo unico Ue per i salvataggi bancari, benché all’inizio fosse previsto dall’Unione bancaria europea. Inoltre, scaricando sui privati il costo dei salvataggi bancari, sapeva che avrebbe indebolito i sistemi bancari concorrenti di quello tedesco, soprattutto quelli dove le maggiori banche hanno in pancia enormi quantità sia di bond propri, sia di titoli di Stato, e per questo hanno pochi margini di manovra. Guarda caso, l’esatta fotografia del caso italiano.

CHI HA DORMITO IN ITALIA

Purtroppo, mentre la Germania si muoveva con lucida spietatezza, in Italia molti dormivano. Hanno dormito i governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, così come hanno dormito la Banca d’Italia e la stessa Abi, che potevano avvalersi degli aiuti di Stato, e non l’hanno fatto. L’irrilevanza italiana dentro la Commissione Ue ha fatto il resto. Ora le regole sono cambiate, e c’è una sola cosa da fare: limitare i danni. Non sarà facile. I provvedimenti europei sembrano preparare il terreno ideale per sferrare un attacco in grande stile delle maggiori banche europee e mondiali contro l’Italia, volto ad eliminare le banche italiane deboli e conquistare quelle più solide, mettendo così le mani sul risparmio italiano, uno dei più ricchi al mondo. Una crisi sistemica, di cui la banca Etruria e le altre tre di cui si discute sono solo l’antipasto.

(Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo l’articolo di Tino Oldani apparso su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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