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I giornalisti Fazel Hawramy e Shalaw Mohammad del Guardian hanno incontrato dei combattenti curdi a Kirkuk, in Iraq, i quali hanno mostrato ai due reporter dei video in cui venivano ripresi degli operatori delle forze speciali americane impegnati in prima persona in uno scontro a fuoco. Kirkuk è una città del nord iracheno, teatro di lunghe battaglie tra i peshmerga e i soldati del Califfato: il video che uno dei combattenti curdi ha mostrato al giornale inglese è stato girato durante un’offensiva all’alba dell’11 settembre di quest’anno, ripreso con un Samsung Galaxy.

Secondo Peshawa, questo il nome di uno dei peshmerga intervistati dal Guardian, il filmato che ha girato col suo smartphone sarebbe una delle prove che le Sof statunitensi in realtà non hanno semplici compiti di consulenza, ma sono direttamente impegnate in battaglia, «da mesi» dice lui.

“No boots on the ground”, quasi. È un argomento piuttosto sensibile, dato che il mantra obamiano da sempre è stato “no boots on the ground”, ossia “facciamo la guerra all’Isis ma senza utilizzare truppe di terra”: idea che Barack Obama si porta dietro dai tempi della prima elezione nel 2008, vinta anche grazie alla posizione sul ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, poi traslata in pratica con l’intervento in Libia contro il rais Gheddafi nel 2011, con l’antiterrorismo dall’alto (a colpi di droni) e con la missione contro lo Stato islamico. Su questa linea si accoda molta dell’opinione pubblica americana, anche se dai sondaggi usciti via via nel tempo risulta evidente come la popolazione statunitense stia capendo da sé che a tutti gli effetti i soldati di Washington stanno partecipando ad un vero e proprio intervento militare contro il Calffato, e non in una semplice operazione counter-terrorism. Un conto però è attendersi i soldati americani impegnati in saltuari ed inevitabili scontri a fuoco, messi alle strette dalle situazioni ─ circostanza che chiunque si può immaginare, anche se ufficialmente i militari non hanno il ruolo “combat” tra le regole d’ingaggio, ma se attaccati devono rispondere al fuoco ─ un altro è vedere un video come quello del peshmerga Peshawa, dove un soldato statunitense spara da una mitragliatrice da campo, un altro a terra con il fucile d’assalto, un terzo fa fotografie per leggere meglio le postazioni nemiche e un quarto fa da copertura.

Le fonti. L’articolo del Guardian è corroborato da diversi altri video e foto che i giornalisti hanno potuto visionare (e dunque si pensa “certificare” come credibili) e da una dozzina di testimonianze (tra queste ci sarebbero anche quelle di anonimi comandanti americani); questi ultimi hanno ammesso che da mesi le Special Forces inviate con il compito di advising militare nel Kurdistan iracheno, in realtà partecipano alle battaglie. Il quotidiano inglese racconta anche che nessuno tra i peshmerga è stato disposto a pubblicare le foto e i video girati, per paura di perdere la fondamentale partnership americana sul terreno.

Azioni e smentite. Il comando centrale americano a Baghdad, sollecitato dal Guardian, ha negato ogni coinvolgimento del genere, ma secondo i curdi sentiti dal quotidiano inglese, le Sof di Washington avrebbero partecipato attivamente sia alla riconquista del villaggio di Dawus al Aloka, a sud di Kirkuk, sia, in due tempi (l’ultimo è stato proprio l’11 settembre, nell’occasione del video di Peshawa), all’offensiva per riprendere allo Stato islamico Wastana e Saddam, altri due importanti villaggi dell’hinterland cittadino di sud ovest.

Segnali precedenti. Il mese scorso, durante uno dei soli tre blitz di terra confermati dal Pentagono dall’inizio delle operazioni siro-irachene, avvenuto proprio a Kirkuk per liberare circa 70 ostaggi in mano allo Stato islamico, è rimasto ucciso l’unico KIA americano dall’inizio delle attività anti-IS, il sergente Joshua Wheeler. La scorsa settimana, invece, il responsabile della Casa Bianca per la Coalizione internazionale, Brett McGurk, ha ammesso che certe volte gli advisor americani danno ai curdi e agli iracheni «molto più che un consiglio». L’amministrazione di Washington dice che non c’è nessun cambio di strategia, ma poche settimane fa Obama ha concesso l’invio di due team di Delta Force da affiancare ai curdi che stanno scendendo dal nord siriano verso Raqqa: anche in questo caso, compiti di consulenza e zero coinvolgimento in sparatorie tra le regole d’ingaggio, ma è al quanto impossibile che le Sof americane non finiscano invischiate in scontri a fuoco con i baghdadisti, arrivando a circondare la capitale dello Stato islamico.

 

I curdi dicono che i soldati americani sul campo partecipano direttamente alle battaglie

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