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Fedeli al motto “armiamoci e partite”, non si contano giornalisti, opinionisti e politici che con superficiale sicumera parlano della necessità di entrare in guerra, di mettere gli scarponi sul campo, di unirci all’allegra brigata russo-franca che sembra essere in battaglia a difesa dei valori dell’Occidente. Nel mirino, manco a dirlo, il nostro governo. Incapace di rispondere, di intervenire. L’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, ha avuto il merito di trovare per Renzi una definizione che ben sintetizza il pensiero di gran parte di quelli che auspicherebbero una ben diversa esibizione militare. “Andreottiano”. Già.

Sono in pochi ormai quelli che ricordano e sono in grado di raccontare con competenza quella che è stata la politica estera italiana durante la prima Repubblica ed il ruolo esercitato in questo contesto dall’ex senatore a vita. Basterebbe leggere il professor Ennio Di Nolfo per avere un’idea più fondata su quella politica “pragmatica” che poggiava sulla consapevolezza della complessità dello scenario mediorientale dentro, ai quei tempi, la cornice di una più grande guerra fredda.

Errori ne sono stati fatti, e sono stati pagati peraltro a caro prezzo. Resta però il riconoscimento di un rigore di fondo pur in quella che – agli strenui oppositori ed ai lettori più superficiali – appariva come una banale ambiguità. Il fatto che quelle critiche vengano oggi riproposte nei confronti del governo in carica non è detto che sia un cattivo segnale. Stupisce però la semplicità con cui si invocano interventi assai poco chiari nella definizione dei target militari e nell’assetto istituzionale che ne seguirebbe.

La prudenza manifestata da Renzi non è solo la soluzione migliore, ma anche l’unica possibile. La Russia, da tanti guardata con incredibile ammirazione, sta giocando in Siria (e in Iran) una partita tutta orientata al perseguimento del proprio interesse e della propria capacità di influenza. Le conseguenze dell’intervento a favore di Assad hanno complicato ulteriormente il quadro e non lo ha certamente semplificato. Non ha determinato un ribaltamento delle posizioni bensì ha radicalizzato i numerosi gruppi sunniti accrescendo i consensi del Califfato.

Non dovremmo quindi dialogare con Mosca e unirci alla loro campagna? E’ ovvio che il filo della relazione con Putin va tenuto e non spezzato. Serve però consapevolezza del quadro generale e non lasciarsi travolgere dalle emozioni che i media propalano sulla base di un’agenda spesso irrazionale. Il governo sta facendo questo. Con serietà. Non credo che questa linea sia basata sulla speranza di evitare attacchi terroristici in Italia. Questa mi sembra davvero una panzana.

E’ invece meritevole di una sottolineatura non formale il sostegno espresso dagli ex presidenti del Consiglio, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Gli ex inquilini di Palazzo Chigi non sono politicamente vicini a Renzi ma hanno esperienza e sensibilità internazionale che consente loro di guardare con responsabilità e consapevolezza alla situazione difficile in cui tutti, Italia ed Europa, ci troviamo.

Da loro, da Prodi e Berlusconi, viene una lezione che tutti dovrebbero ascoltare e apprezzare. Quando in gioco c’è un interesse più grande del consenso elettorale, è giusto mettere da parte un certo spirito polemico o il gusto di lanciarsi in appelli (troppo facili) alla guerra. Un Paese è diplomaticamente tanto più forte quanto è più unito. “Chi ha paura non è libero” ha ben scritto il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Non lasciamo che il drappo nero del Califfo ci divida e ci porti esattamente laddove vuole che noi si vada: in uno scontro sregolato e mosso solo dalla paura o dalla voglia di vendetta.

Guerra a Isis, la baldanza di Hollande e la prudenza di Renzi

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