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L’aviazione turca ha deciso di sospendere i voli sulla Siria, che sono parte dell’intervento militare contro lo Stato islamico, che Ankara sta portando avanti affiancando alla Coalizione internazionale a guida americana. Fonti anonime hanno rivelato al quotidiano Hurryet che la decisione è stata presa in concerto con la Russia, che a sua volta ha annunciato l’intenzione di sospendere le attività militari nell’area siriana prossima al confine turco: si tratta di strascichi della complicata vicenda dell’abbattimento di un bombardiere russo ad opera di due F16 turchi, avvenuto pochi giorni fa.

Dopo l’incontro tra vertici militari del 25 novembre, con cui il capo di stato maggiore turco ha cercato di spiegare come sono avvenuti i fatti, sono in programma altri meeting politici di alto livello: i due ministri degli Esteri dovrebbero incontrarsi il 3 o il 4 dicembre a Belgrado, a margine di un summit internazionale, ma finora la Russia non ha risposto ufficialmente all’invito della Turchia. Questi dialoghi diplomatici, così come la decisione turca di sospendere le operazioni aeree in Siria, sono il segnale che i due governi tendono verso una de-escalation della crisi.

IL JET RUSSO ABBATTUTO DAI TURCHI

Tuttavia i toni tra Russia e Turchia si mantengono formalmente alti, e indubbiamente le personalità dei leader dei due Paesi influenzano questa situazione, anche se diversi analisti continuano a pensare che si tratta di “espressioni ad uso interno”, per saldare nei fatti la propaganda narrativa attraverso cui il neo-Zar e il neo-Sultano hanno costruito il proprio consenso, e che gli interessi che avvolgono i rapporti tra Ankara e Mosca alla fine avranno la meglio.

Reazioni. Così, mentre Recep Tayyp Erdogan annuncia di non volersi scusare per l’abbattimento e di essere pronto ad colpire altri velivoli se ce ne fosse la necessità, Vladimir Putin dispone le batterie antiaeree S400 in Siria (annuncio di Ria Novosti, a proposito di propaganda e consensi). E in Russia sono state bloccate le importazioni di polli provenienti dalla Turchia, per ragioni igienico-sanitarie (lo stesso fu fatto con i cioccolatini ucraini, molto prima dell’invasione della Crimea, si ricorderà: anche se le circostanze sono diverse); inoltre un gruppo di 50 imprenditori turchi è stato fermato dalle autorità russe a Krasnodar, nella Russia meridionale, con l’accusa di aver mentito sul motivo del loro ingresso nel Paese: per loro multa e dieci giorni di galera. Ma potrebbero essere attività di contorno. Dei controlli pretestuosi nei confronti delle aziende turche che operano in Russia aveva parlato anche Al Jazeera, raccogliendo conferme e testimonianze: le autorità russe entrano nelle aziende turche cercando informazioni sulla regolarità dei dipendenti, bloccando per ore le attività aziendali e cercando tutti i modi per intralciare il lavoro, raccontano i testimoni alla tv qatariota. Sebbene dal 2011 non ci sono più controlli sui visti, pare anche che alcuni turisti turchi siano stati bloccati in vari aeroporti russi e sottoposti a severe e lunghissime ispezioni: stessa procedura è toccata a camion che arrivavano dalla Turchia.

Critiche. La scelta turca di autorizzare l’abbattimento del Su-24 s’è portata dietro anche delle critiche: vari analisti americani hanno espresso critiche e perplessità per la mossa turca, e in effetti gli Stati Uniti temono di finire invischiati nel pasticcio. Il generale Leonardo Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ha spiegato intervenendo a Rai News 24 che la Nato non prevede l’abbattimento automatico dei velivoli che sconfinano lo spazio aereo, e dunque la Turchia avrebbe agito in violazione delle regole dell’alleanza. Sempre di più sono coloro che vedono nell’atto colposo turco, una sorta di premeditazione: gli F-16 erano in attesa dell’ingresso del bombardiere, hanno aspettato con calma, poi appena possibile hanno colpito (il tempo dev’essere stato stretto, visto che secondo i dati diffusi dall’ambasciata americana in Turchia, lo sconfinamento è durato 17 secondi ed ha interessato un’area non più ampia di 3 chilometri quadrati).

I soccorsi. Il governo turco ha anche diffuso l’audio degli avvertimenti lanciati dai propri piloti, per confermare la tesi sostenuta. All’opposto, il copilota russo sopravvissuto ─ l’altro è morto, probabilmente ucciso dai ribelli turkmeni ─ sostiene che il suo aereo non ha violato lo spazio di Ankara, e può confermarlo anche perché ha una completa conoscenza della zona. Il salvataggio di Konstantin Murakhtin, questo il nome del secondo pilota e navigatore del jet russo Su-24, secondo quanto raccontato da un portavoce dei ribelli dell’area, sarebbe stata una storia da «film di James Bond». In effetti Mosca ha messo in piedi una complessa operazione, durata 12 ore, dove i marines russi sono stati aiutati dalle forze speciali dell’esercito siriano: sarebbero state queste a ritrovare Murakthin entrando per 4,5 km in zone controllate dai ribelli, per poi consegnarlo alle unità search&rescue russe, che lo hanno poi trasportato alla base di Humeymim, vicino Latakia (la stessa dove sono state disposte le batterie missilistiche S400). Ci sono anche versioni diverse sul recupero: alcuni ribelli sostengono che il pilota sia caduto in una sorta di “terra di nessuno” (né in mano all’esercito né all’opposizione), e che a provvedere al salvataggio sarebbero state delle unità degli Hezbollah libanesi.

Quello che è noto, è che un elicottero da trasporto Mil Mi-8 russo è stato colpito da un missile anticarro Tow sparato dai ribelli siriani: è stato centrato mentre era a terra. Inoltre, durante la ricerca è rimasto ucciso un marines russo.

Il pilota. Secondo quanto dichiarato dal pilota sopravvissuto, non ci sarebbero stati i “dieci avvertimenti in cinque minuti” di cui hanno parlato le autorità turche, e sostiene che nemmeno un avviso di violazione è stato lanciato al suo aereo. Intervistato alla base aerea di Latakia, Murakhtin ha detto di conoscere molto bene la zona ed ha escluso che il suo Su-24 abbia invaso lo spazio aereo turco «nemmeno per un secondo».

Comunicazioni. Ufficialmente la Turchia mantiene una linea: “Non sapevamo di che nazionalità fosse l’aereo che abbiamo colpito”, che tradotto significa “pensavamo fosse siriano, e dunque ci era pure concesso tirarlo giù”. Ma Putin non ci crede, e sostiene che il comando operazioni russo aveva «informato i nostri colleghi statunitensi in anticipo circa il dove, il quando e a che quote avrebbero lavorato i nostri piloti. La parte statunitense, che guida la coalizione di cui fa parte anche la Turchia, sapeva dove sarebbero stati i nostri aerei e a che orario». Tra Turchia e Russia è attivo dal 15 ottobre un canale di comunicazioni, che è lo stesso usato anche dagli Stati Uniti, per evitare incidenti del genere: è del tutto legittimo pensare che la torre di controllo della grande base aerea americana di Incirlik, in Turchia, abbia registrato l’intera comunicazione tra gli F16 e il Su24, senza metterci becco.

Intanto i raid continuano. La Turchia ha denunciato da un po’ che nell’area in cui il jet russo è stato abbattuto, l’azione di Mosca si concentra da giorni contro i ribelli turcomanni e non contro lo Stato islamico, andando a favorire soltanto il regime siriano (mentre Ankara sostiene i ribelli turkmeni contro Damasco). Nonostante la promessa russa di sospendere questo genere di attività, nella serata di mercoledì i bombardieri russi hanno pesantemente colpito la zona di Azaz, vicino al confine turco: sembra (notizie non confermate) che siano stati colpiti convogli o depositi di armi destinate ai ribelli siriani ─ un’attività simile a quella che Israele compie con Hezbollah, una pratica che adesso la Russia potrebbe aprire nei confronti della Turchia, e Ankara avrebbe difficoltà a denunciare questo genere di raid perché significherebbe un’ammissione implicita di responsabilità nel fornire armi alle opposizioni in Siria secondo un’agenda propria. Secondo altre ricostruzioni, sarebbero stati aiuti umanitari, ma si sa che molto spesso sotto quest’etichetta vengono fatti viaggiare gli armamenti.

I problemi di Mosca. Tuttavia, in soli due mesi di intervento in Siria, la Russia s’è vista davanti agli occhi una serie di situazioni negative: il probabile attentato dell’Airbus Metrojet, con 224 cittadini russi morti per la probabile esplosione di una bomba a bordo; un cacciabombardiere abbattuto e un elicottero distrutto; una situazione sul campo molto difficile, con il regime alleato di Mosca che conquista soltanto lo 0.4 % del territorio, e la necessità di spingere sull’acceleratore dell’intervento; il complicato intreccio con la Turchia, che rischia di finire in qualcosa di imprevedibile.

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